Uno sguardo al ’76, per superare le difficoltà di oggi

9 Giugno 2016

mdeUDINE – Dal terremoto sono passati 40 anni, è vero, ma di fatto anche oggi siamo in balia di un sisma. Diverso, ma non meno complesso da gestire. Di questo si è parlato lo scorso 6 giugno nella sala Valduga della C.C.I.A.A. di Udine. Il convegno, con il suo titolo evocativo – “Terremoto e ricostruzione in Friuli, modello sociale e civile. Municipi e territori, una sfida da riprendere” – è stato organizzato dal circolo culturale Cronache Sociali, e ha visto al tavolo dei relatori Vincenzo Martines, consigliere regionale PD, Gino Dorigo, sindacalista CGIL, l’industriale Edi Snaidero, la docente universitaria Maria Amalia D’Aronco.

A Enrico Leoncini, segretario cittadino del PD, il compito di moderare l’incontro che si è aperto con i saluti del sindaco di Udine, Furio Honsell. Il quale ha subito espresso l’apprezzamento per l’iniziativa, perchè se c’è un’eredità che ci arriva dal ’76 «è quella di capire come si riuscì a costruire una tale epopea. Nulla sarebbe stato possibile – ha chiarito – se all’epoca non ci fosse stata una grande fiducia in tutte le istituzioni, anche in quelle intermedie, come partiti e sindacati, assieme alla capacità di risolvere tutti i contenziosi. Una lezione è molto attuale».

Una lezione, sì, perchè, come chiarito da Leoncini, in apertura: «Dobbiamo renderci conto che viviamo un nuovo terremoto, le fabbriche non sono distrutte, ma sono chiuse, i negozi sono vuoti, nelle città come nei paesi. Questo quindi è un nuovo terremoto, abbiamo addirittura la gente sotto le tende, gli immigrati. Non ci sono i morti e non abbiamo le macerie, ma tutto il resto c’è. Dobbiamo renderci conto di questa drammaticità, per questo ne parliamo e cerchiamo di capire qual è stata la ricetta della ricostruzione, perchè siamo davanti a una nuova emergenza».

Ecco dunque che si parte da alcune provocazioni per comprendere cosa, dello spirito che animò la ricostruzione (unica), può essere recuperato oggi. D’obbligo le proporzioni, ma fatte salve, è bene aver chiaro le qualità messe in campo allora, per capire di cosa ha bisogno oggi un territorio piccolo come il Fvg per affrontare i tempi moderni con la stessa tenacia di allora. «É un parallelo ambizioso, quello tra il carattere dei friulani che ha permesso quella ricostruzione e ciò che sta accadendo oggi, in una crisi violenta che cambia i connotati con cui noi (in Friuli) affrontiamo i problemi».

Parole di Vincenzo Martines che offre alla platea alcune domande, come detto, provocatorie: «Che stagione è questa che stiamo vivendo, se confrontata con quella del ’76? Quanto di quell’epopea può insegnarci? Quanto possiamo recuperare di quel progetto per affrontare la crisi? Quanto di quello spirito, di quell’etica, sono ancora vivi nel territorio e nella gente?» Negli ultimi dieci anni tenore di vita medio, sicurezza sociale, visione prospettica, hanno avuto una frenata repentina rispetto al modo di pensare e di vedere il futuro nel nostro territorio. «Temi come l’immigrazione la disoccupazione, la crisi della finanza privata e della disponibilità pubblica, anche in Fvg – ha ricordato – ci hanno presentato conto salato». Oggi quindi c’è «bisogno aggregazione, organizzazione, decentramento, ripristino della consapevolezza del valore di specialità, non c’è bisogno di divisione». Ciò che è chiaro è che il passato non torna, fondamentale resta però la coesione, in tal senso ecco che la «specialità è l’ingrediente indispensabile per ribadire la nostra capacità di scegliere in autonomia, per uscire dalla crisi con le nostre ricette».

Anche secondo Edi Snaidero quella in sala Valduga è stata «un’occasione per fare riflessioni, su quel periodo, oggi, che stiamo vivendo un altro terremoto». Un’esperienza che «credo sia un bene trasmettere anche ai giovani che all’epoca non c’erano». Dal ‘76 arrivano insegnamenti importanti, «indispensabili». All’ora si pensava innanzitutto al lavoro, alla ricostruzione delle fabbriche, «perchè senza il lavoro il resto avrebbe avuto poco spazio. E quella è stata la grande forza. Grazie alla collaborazione di tutti, operai, sindacati, istituzioni». Ecco quindi che «se c’è un elemento che può mettere insieme tutti è che questa crisi ha messo in discussione la sicurezza del lavoro, del futuro. Una sicurezza su cui si basa tutto. La famiglia, i figli, la possibilità di mandarli a scuola. Credo che sia importante ritornare a questo, ai fondamentali, con umiltà e attenzione. Quindi credo che da qui dobbiamo ripartire, non piangerci addosso, rimetterci in discussione, capire come migliora e competere, con idee e innovazione in un mercato dalla geografia nuova». Sempre rispetto all’oggi, è intervenuta anche Maria Amalia D’Aronco, che ha sottolineato come all’ora «c’è stata una grande capacità di adattamento che oggi manca». Ed ecco che «questi sono tempi di grande difficoltà, fatti di un individualismo cieco. Questi sono tempi caratterizzati da un fluidità vischiosa». Per il futuro quindi «la mia speranza è riuscire a educare, elemento di cui ci siamo dimenticati tutti nel ricco Occidente».

Quello della ricostruzione viene riconosciuto come un «grande processo culturale, sociale, politico. Tutto è avvenuto in base a scelte concrete e precise arrivate da più parti. – ha ricordato Gino Dorigo – Quella del ’76 fu una delle prime esperienze di partecipazione dal basso, una lotta per la ricostruzione: il popolo prima di tutto intendeva farsi valere per essere protagonista della propria sorte. I sindacalisti definivano le rivendicazioni in base alle necessità indicate dalla gente e poi le sostenevano di fronte alle istituzioni. Fu una mobilitazione senza precedenti. 40 anni fa le fabbriche ripartirono e si registrò un crescita produttiva fra le più significative del Paese. Oggi serve dare prospettiva di qualità, per Fvg. Sono in campo riordini importanti, in ambiti strategici, resta da capire quali orizzonte si prefigurino per il rinnovamento industriale dentro una rifondazione dell’ordinamento regionale. Nel ’76 la difesa delle fabbriche comportava la salvaguardia delle comunità locali, oggi spero che la Camera dia via libera al provvedimento costituzionale quanto prima, almeno finirebbe la commedia di un’opposizione strumentale alle Uti».

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