L’Anfiteatro di Aquileia era costruito come l’Arena di Verona

15 Settembre 2016

aquileia-scavi-anfiteatroAQUILEIA – Si conclude il 16 settembre 2016, con nuovi importanti ritrovamenti, la seconda Campagna di scavo nell’area dell’Anfiteatro romano di Aquileia, effettuata da un’équipe dell’Università di Verona – Dipartimento Culture e Civiltà, sotto la direzione di Patrizia Basso. Il ritrovamento in alzato di parte delle murature dell’edificio, rivela che l’Anfiteatro era interamente costruito su un sistema autoportante come l’Arena di Verona.

L’anfiteatro romano di Aquileia era stato oggetto nel tempo di diverse indagini archeologiche, a partire da alcuni scavi occasionali nel 1700 e a inizi 1800 (ing. G. Moschettini) fino a più rigorosi, ma sempre parziali scavi realizzati fra fine Ottocento e inizi Novecento a opera di Enrico Maionica e poi nel 1934-35 e nel 1946-47 da Giovanni Brusin. Grazie a tali interventi dell’edificio si conoscevano in via del tutto generale le dimensioni complessive (circa m 148 sull’asse maggiore e m 112 sul minore) e l’ubicazione nel quadro della città romana, ma rimanevano ancora da chiarire numerosi aspetti architettonico-strutturali e l’inquadramento cronologico. In particolare, dopo la metà del Novecento questa costruzione così importante e monumentale della città non era mai più stata oggetto di indagini. Sollecitati, pertanto, da queste motivazioni, nel 2015 l’Università di Verona, su concessione di scavo del MiBACT, avvia la prima campagna di indagine archeologica nell’area demaniale di palazzo Brunner, un’area mai scavata prima e nel cui sottosuolo, almeno a quanto risultava dalla documentazione nota, si doveva nascondere circa un quarto dell’intera superficie dell’edificio.

I risultati rilevanti ottenuti in questa prima Campagna di scavo, con l’importante scoperta di una poderosa e fino ad allora ignota platea di fondazione dell’antico Anfiteatro romano, larga quasi quattro metri, costituiscono l’input scientifico per la seconda Campagna, condotta quest’anno tra il 5 e il 16 settembre.

L’intervento è stato effettuato in accordo con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia (funzionario responsabile dott. Paola Ventura) e con la partecipazione ai lavori degli studenti della Laurea Magistrale in Quaternario Preistoria e Archeologia delle Università di Ferrara, Verona, Trento e Modena, nonché degli studenti, dottorandi e dottori di ricerca dell’Università di Verona, con il supporto logistico della ditta SAP e in particolare del dott. Alberto Manicardi.

Rispetto a quanto si era visto con la precedente campagna e a quanto si pensava in base ai già citati scavi pregressi, le indagini di quest’anno hanno rivelato che almeno parte delle murature dell’edificio si conservano in alzato anche per m. 170 in altezza: in particolare l’apertura di una lunga trincea di scavo, in prosecuzione di quella aperta lo scorso anno, ha permesso di verificare l’intera sezione dell’anfiteatro, a partire dalla galleria esterna, da dove entrava il pubblico, fino all’arena, ossia allo spazio ove si svolgevano i combattimenti dei gladiatori e le cacce agli animali. Si è così potuto capire che l’edificio era interamente costruito su un sistema di murature autoportanti, come l’Arena veronese. Tale dato ribadisce la sua assoluta monumentalità e la complessità della sua costruzione che dovette richiedere un importante quantitativo di materiale lapideo e maestranze altamente qualificate.

In particolare, sono stati portati alla luce un tratto lungo più di 10 metri di uno dei muri ellittici e sei dei muri radiali (disposti su due raggiere concentriche) che sostenevano le gradinate per il pubblico. Inoltre sono emersi un tratto della larga muratura che delimitava l’arena e sosteneva le prime gradinate e alcune delle strutture murarie che costituivano le basi per le scale per il pubblico, ricavate all’interno dei cunei fra i muri radiali.

Un altro dato di grande interesse emerso con gli scavi 2016 è una calcara larga circa 4 metri ove vennero bruciate per far calce tante pietre prelevate dalle antiche murature. L’anfiteatro conobbe in effetti massicce spoliazioni già a partire dalla sua defunzionalizzazione che sembra datarsi tra il IV e il V sec. d.C.: esso costituiva infatti una comoda cava per reperire le pietre e la calce da utilizzare nelle costruzioni post-classiche della cittadina.

Nel tardoantico tuttavia l’anfiteatro doveva essere in parte ancora in uso, per quanto con funzioni completamente diverse da quelle originarie: all’interno dei cunei fra i muri radiali si impostarono infatti modeste strutture abitative che riutilizzavano le antiche murature superstiti, con piani d’uso e focolari, di cui gli scavi hanno evidenziato alcune presenze, mentre l’area dell’antica orchestra venne ridotta a spazio rurale.

“Le scoperte di quest’anno – afferma la prof. Basso – costituiscono una grande novità dal punto di vista scientifico e permetteranno, con il prosieguo delle ricerche e con le analisi al C14, paleobotaniche e archeometriche che saranno avviate alla fine dello scavo, di definire in dettaglio gli aspetti tecnico-costruttivi dell’edificio e le datazioni delle diverse fasi di vita del sito nel corso dei secoli.”

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