Folkest: i numeri di un Festival che ha parlato al territorio friulano, giuliano e istriano

7 Agosto 2016

IMG_1722TRIESTE – Si è chiuso a Trieste, in una piazza gremita da 4mila persone impegnate a cantare le canzoni di Endrigo con Simone Cristicchi, la lunga corsa attraverso 26 giorni di concerti, fra anteprime ed eventi speciali, spalmati in oltre un mese di programmazione che ha percorso in lungo e in largo tutta la regione Friuli Venezia Giulia dialogando con l’Istria. Quasi cinquanta le proposte musicali portate al Festival veramente da tutta Italia e da tutto il Mondo.

Con numeri di pubblico che confermano un interesse costante, pur nell’onda lunga della crisi che ha decisamente trasformato il mondo dell’intrattenimento: sono infatti quasi 7.500 le presenze stimate solo per le serate di Spilimbergo. E gli eventi straordinari fuori Spilimbergo contano oltre 18mila persone. Con un significativo impatto sull’economia del territorio. Senza, ovviamente, dimenticare il valore culturale di un’iniziativa di questo tipo: sono, infatti, oltre 300 gli artisti che hanno animato i palchi di questo Festival pieno di colori e curiosità e che, quest’anno, ha voluto, fra le righe, ma non troppo, parlare di Frontiere raccontando i confini di questo nostro Vecchio Continente in un susseguirsi di canti provenienti da culture che vanno dalla Magna Grecia alla Finlandia, che narrano leggende antiche e storie comuni, storie di eroi e di gente semplice che appartengono a tutti e fanno parte dell’orgoglio culturale dei popoli. Spesso le stesse storie, declinate in lingue diverse.

Abbiamo visto le frontiere del Mediterraneo incontrarsi sulla battigia napoletana: una riflessione sulle contaminazioni straordinarie che questa millenaria città ci ha regalato, la gioia di far musica della Nuova Compagnia di Canto Popolare, degli Almamegretta e di James Senese Napoli Centrale. Abbiamo ascoltato le ballate antiche e le canzoni moderne di Richard Thompson, gli spunti poetici di Suzanne Vega, da quella significativa Nuova Europa rappresentata dal Village di New York, le scorribande canore sull’Appennino dei Viulan, le sonorità zingaresche di Maurizio Geri Swingtet e Roberto Durkovic e i Fantasisti del Metrò, il klezmer dell’Orchestra Bailam, le canzoni di confine di Rudi Bučar, il gioco degli organetti dell’OrchestraBottoni, il Mediterraneo delle grandi isole con Tama Trio e il fascino della Sardegna di Elena Ledda e Luigi Lai. Probabilmente abbiamo intravisto una nuova Europa, innamorandoci delle canzoni e delle danze di Saba Anglana e Sandro Joyeux.

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