Brexit e Friuli-Venezia Giulia all’esame di Federmanager

5 Agosto 2016

SAN DANIELE. Un seminario sulla Brexit, l’elezione dei neo-consiglieri nazionali, Alessandro Pellis (effettivo) e Guerrino Saina (supplente), ma soprattutto l’approvazione unanime delle linee programmatiche per il prossimo triennio sono statti i punti salienti della prima seduta operativa del direttivo regionale di Federmanager FVG riunitosi a San Daniele sotto la presidenza di Daniele Damele.

Da sinistra, Bacicchi (vice presidente), Damele (presidente), Menis (sindaco) e Del Piccolo (vice presidente vicario)

Da sinistra, Bacicchi (vice presidente), Damele (presidente), Menis (sindaco) e Del Piccolo (vice presidente vicario)

Ad aprire i lavori dell’organismo associativo è stato il sindaco di San Daniele del Friuli, Paolo Menis, che ha voluto salutare i dirigenti riunitisi facendo riferimento all’importanza e alla valenza dei ruoli direttivi nelle imprese. Nel ringraziare il sindaco per l’ospitalità Damele ha, quindi, evidenziato che “ho voluto partire in questa nuova avventura proprio dalla cittadina collinare friulana alla quale sono particolarmente legato per affetti e ricordi, ma anche per la valenza economica che San Daniele riscuote a livello regionale”.

Dicevamo della Brexit. Ebbene, proprio a questo tema si riferisce un capitolo specifico del programma di Federmanager FVG che ha deciso di tenere sabato 17 settembre alla Moroso di Tavagnacco un seminario di approfondimento. Il settore del mobile potrebbe, infatti, risentire dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. IL FVG ha esportato verso il Regno Unito nel 2015 merci per 285,7 milioni di € pari al 41,6% del totale dell’export verso quel Paese. È quindi una voce importante per le esportazioni del FVG. Inevitabile che questo settore, come quello dei coltelli, risentirà dell’esito del referendum britannico. Gli operatori del settore temono un rallentamento delle esportazioni specie se la sterlina, come pare, si deprezzerà rispetto all’Euro.

Le reazioni finora hanno coinvolto borse e mercati finanziari, ma l’accennata possibile perdita di potere d’acquisto della sterlina non potrà che riversarsi anche sull’economia reale, un dato incontestabile. Il tutto mentre dal livello mondiale a quello di realtà come la nostra il momento imporrebbe di unirsi e non di dividersi. Il Centro studi nazionale di Confindustria valuta l’impatto della Brexit in una perdita di 0,6 punti di Pil in due anni. I timori sono, inoltre, di un effetto domino nel resto dell’Europa perfino, magari, in Paesi come, ad esempio, Ungheria e Polonia che senza l’Ue non sarebbero certo nelle condizioni di oggi, ma starebbero molto peggio.

Ma l’occasione che ci giunge d’oltremanica è anche quella favorevole per una nuova partenza, senza zavorre e con un nuovo slancio verso il futuro. Si pensi alla possibilità di giungere a una vera integrazione fiscale con la riforma dell’Iva, bloccata da decenni per i veti della GB. Si potrebbero dare nuove regole al mercato del lavoro, al sistema previdenziale, giungere a una politica estera condivisa, ma soprattutto alla fine di ruoli egemonici dentro l’Ue. Insomma potremmo pensare finalmente a una Germania europea e non solo a un’Europa tedesca.

Argomenti correlati:

Condividi questo articolo!