Winter Art in Udine

9 Dicembre 2017

UDINE. “Winter art in Udine 2017″ è il nome della mostra che la Galleria Arttime di Udine propone dal 9 al 21 dicembre, esponendo le opere di Elena Saracino (scultrice), Rosy Mantovani, Jacqueline Magi, Fabrizio Berti, Nada Mathis, Alan Concas, Elio Rizzo, Eva Vogt, Maria Dimitriou, Aloisia Hartmeier.

Elena Saracino è nata a Udine e dopo il diploma in scultura conseguito nel 2005, ottiene nel 2008 la specializzazione in scultura presso la stessa Accademia di Belle Arti di Carrara. I viaggi intrapresi nel corso della sua ricerca artistica, accrescono la voglia di esplorare la cultura ad un livello antropologico e umano nell’espressione di un fattore comune, attraverso forme sempre più simboliche e idealizzate. L’essenza del suo lavoro si concentra sulla comunicazione esclusiva con l’ambiente e le persone. Attraverso un linguaggio tridimensionale volto in due direzioni, scultura e installazioni, segue un’indagine comune che esprime in simboli la metamorfosi infinita della vita. La scultura è il mezzo con cui ricerca forme in grado di manifestare il dato mistico e spirituale della realtà e quindi di ogni essere in natura. In particolare, concepisce una scultura come un organismo in movimento. Quasi come un essere che muta costantemente e offre all’immaginazione la possibilità di nuovi e molteplici punti di vista. Attraverso l’utilizzo di materiali effimeri naturali o di recupero, interpreta in semplici soggetti ripresi dal mondo animale o da simboli antropologici, la sfera emotiva del nostro ego. L’uomo è visto in rapporto al proprio inconscio e perciò questo si manifesta in stretta simbiosi con la dimensione naturale in cui viene concepito. Questi soggetti altro non sono che un personale contributo scenico a una visione immaginata, sgombra eppure carica di speranze del bambino che è dentro ognuno di noi. Si può dire che ogni scultura e ogni intervento d’installazione ambientale è un frammento di vita che l’artista lascia lungo il tempo e lo spazio.

Jacqueline Monica Magi di Montecatini Terme, attualmente giudice penale a Prato, è stata per molti anni giudice del lavoro al tribunale di Livorno, dopo un’esperienza di sostituto procuratore della repubblica a Pistoia. Insegnante di criminologia e diritto penale in alcuni master universitari, è – oltre che autrice – pittrice, illustratrice di fiabe e fotografa. Jacqueline Monica Magi, prima di tutto, è una donna che attraverso la sua formazione umanistica – che quotidianamente si rinnova grazie al continuo contatto con l’uomo – filtra l’esperianza, il vissuto. Non potendo poi fare a meno di comunicare, di esprimere: dunque – quasi senza soluzione di continuità – ecco l’immagine, ecco la parola. Sí, perché se è vero che Jacqueline si divide in queste tre apposizioni: donna, artista, scrittrice, è ugualmente vero che rappresenta un unicum: come detto, infatti, per lei l’importante è poter comunicare, poter esprimere. Si riconoscono, in questi suoi slanci creativi, numerosi pregi, ravvisando una grande dote: la capacità di sapersi distinguere e di saper prendere le distanze, alle volte anche in maniera netta e decisa, da quanto e quanti la circondano.

Rosy Mantovani nasce a Vigevano (PV) e attualmente vive ed opera a Gambolò (PV). Conseguito il diploma di grafica pubblicitaria presso l’Accademia Arti Applicate di Milano collabora per alcuni anni, in qualità di illustratrice, con una prestigiosa agenzia milanese. La sua arte è una rappresentazione emozionale dell’incomunicabilità e della solitudine esistenziale che condannano la nostra società ad un malessere diffuso. Di opera in opera noi contempliamo le meravigliose anime che l’artista rappresenta. Sono anime sole, perse nei loro pensieri, sono sguardi rivolti verso la propria interiorità. Non si tratta di persone reiette ma di persone che, isolatesi dal contesto caotico e a volte schizofrenico della città, si immergono in una riflessione, spesso amara e desolata, sulla propria condizione esistenziale… ma sono FIORI DI STRADA, che mostrano la loro bellezza e la loro forza anche in mezzo all’anonimo e crudele asfalto. È la contemplazione non solo della dolce bellezza dei personaggi ritratti e delle loro candide anime ma anche del nostro rapimento empatico. Siamo profondamente pervasi dal loro pensiero, dalle loro emozioni. Viviamo quel loro stesso attimo immenso di dolore, solitudine, smarrimento e desolazione.

Nada Mathis, artista di origine fiorentina, incomincia a studiare l’arte pittorica privatamente a Firenze; continuerà i suoi studi a Varese, dove si trasferisce con la famiglia, e a Como, due città che influiscono profondamente sulle sue opere. La produzione artistica si sviluppa attraverso due momenti creativi: il primo è quello della pittura velata, cui segue quello caratterizzato dall’uso della spatola, che le consente una seconda stesura più materica e vibrante. Anche il colore subisce un cambiamento con tonalità più accese. Sono momenti intensi che la portano ad una produzione di forte emotività, in cui l’autrice si ritrova appieno. E, con gli anni, la sua espressività pittorica ha conquistato sempre più naturalezza e spontaneità. Il suo stile di pittura rappresentativa viene realizzato con un delicato e paziente processo di velature successive ad olio, ovvero con pennellate ricche di legante e povere di colore fino ad ottenere, per trasparenza, la tonalità cromatica desiderata il tutto unito ad un sapiente uso dei colori acrilici sugli sfondi. Le esperienze di tecnica pittorica si evolvono successivamente in dipinti ad olio con spatola. Dipinti, disegni e collage raccontano momenti di vita quotidiana e ricordi di viaggi, frammenti di memoria impreziositi da volti e paesaggi a lei cari come la campagna toscana ed il lago di Varese, emergenti dalle fonti autentiche dei sentimenti che alimentano le sue suggestioni creative. Il suo stile si può definire“la rappresentazione dell’apparenza attivata dal sentimento della bellezza”.

Fabrizio Berti nasce a Somma Lombardo (VA) e inizia il suo percorso artistico negli anni settanta. Tra gli anni ‘80 e primi anni ’90 partecipa a mostre collettive in cui venne definito un’”impressionista puro”. In questo periodo inizia a eseguire le prime opere scultorie con la tecnica della modellazione della creta e dell’argilla. Riesce ad elaborare una tecnica di finitura tutta personale per cui la superficie delle sculture risulta perfezionata da una cromia che fa pensare al bronzo. Lui ama definirsi una persona che lavora sulla spinta di un mandato che gli è stato pervenuto da una entità superiore. Quest’artista vive la convinzione che il suo fare arte sia un mezzo e la sua “missione” è iniziata dalla nascita, lo scopo è quello di trasmettere le emozioni quasi che l’emozionare l’osservatore sia l’unica strada per dar voce alla persona interiore, all’anima. Su questa base che fa dello spirituale, la genesi di ogni ispirazione quest’artista dalla fine degli anni novanta a oggi compie uno studio approfondito sulla forma, sulla figura e sul colore. In Berti vita e morte, eros e thanatos si equilibrano e trovano spiegazione nel lavoro dell’artista. Ecco il senso del coinvolgimento dell’artista che si immedesima nell’arte che è vocazione e nell’osservatore che nella visione riscopre il vero senso del contemplare cioè io guardo perché dall’opera si irradia quell’infinito che mi conosce fin dall’inizio dei tempi.

Alan Concas nasce a Palmanova e vive e lavora a Cervignano. La sua iconografia riporta a remote atmosfere classiche proiettate nella modernità che svelano un linguaggio pittorico dal valore universale ed incontaminato. La sua è una pittura lenta e meditata, che si avvale ora di cromatismi accesi passionali, ora di luci ed ombre che narrano un silenzio dai contenuti inconsci. L’artista trova nella figura umana la risposta alla sua indole comunicativa, dove la parola arte si riappropria del suo sapore antico e si fonde alle forti risonanze contemporanee volutamente in contrasto nelle creazione della struttura compositiva. Le sue opere vivono in equilibrio tra il passato e il presente e la combinazione luce-colore ne è il tratto fortemente caratterizzante. La sua poetica artistica si sviluppa in scelte prospettiche filtrate attraverso lo spazio del bianco ed il valore di profondità del nero e da campiture di volta in volta materiche o velate in grado di innescare un processo di tensione emotiva che diviene necessità di racconto. Un omaggio ad una bellezza umana che non si sofferma in superficie, ma che è sensibile escursione dell’anima, una vertigine di raccoglimento interiore nella quale ci si perde certi di ritrovarsi. Memore ed erede di intelligenze passate, la sua è una ricerca di evoluzione ma fedele al nucleo attorno al quale fluttua il crisma di una vita dedicata alla pittura. Sono particolari di volti, sguardi ravvicinati, dettagli che stuzzicano la curiosità, che spingono a chiedersi cosa c’è oltre, che cosa c’è in profondità. E’ la grammatica comune dei suoi dipinti. Il suo stile sposa la lucidità della fotografia e la poesia della pittura, in un nuovo percorso creativo e cognitivo che, come spiega lui stesso, “restituisce immagini come spunti di riflessione, come l’invito a riconquistare la lentezza in un’attualità in cui tutto scorre via troppo velocemente”.

Elio Rizzo, di origine siciliana ma romano di adozione, è artista raffinato, sottile, schivo, timido all’apparenza ma in realtà non ignaro delle sue possibilità e dei suoi valori. Un uomo che ha deciso appena possibile di ritirarsi dall’insegnamento cui da giovanissimo si era dedicato per permettersi il lusso di concedersi interamente alla pittura, suo necessario alimento quotidiano, e conquistare così quella libertà di pensiero ed interiore soddisfazione che sono elementi indispensabili della qualità della vita cui tutti dovrebbero aspirare. Dipinge su tela, su tavola, su carta, ad olio, tempera grassa, pastello ed acquarello, ma è forse quest’ultimo il mezzo di espressione privilegiato dalla sua sensibilità di artista fantasioso e visionario, legato allo stesso tempo alla realtà che lo circonda, dal paesaggio alla figura, come lo sfoglio anche superficiale del suo iter di disegnatore e pittore indubbiamente rivela.

Nelle opere di Eva Vogt c’è la persona in primo piano, i suoi sentimenti, i suoi destini, i suoi dolori, le sue esperienze, le sue speranze, i suoi sogni, le sue emozioni, che si riflettono nella postura e nell’espressione del viso. Queste immagini non mostrano solo il positivo, bello, armonioso, ma provocano, convincendo a pensare, a far riflettere. L’artista è affascinata dai contrasti e dai giochi di luce e ombra, tra luminosità e oscurità, tra realtà, sogno e sperimentazione. Spesso sublima i problemi reali con la pittura sperimentale o li combina venendo a formare un’unità interessante. Nella pittura astratta Eva Vogt si lancia in sperimentazioni utilizzando materiali da costruzione, vernici, macchie, padelle, carbone, gomma lacca, olio, pittura murale, vari gessetti, farina, sabbia, bitume, cera, paraffina, ossidi rugginosi, fondi di caffè e predilige strutture con materiali come corde, fili, archi, fibre di juta, garza, canapa ed altri simili.

Come uno scultore, Maria Dimitriou modifica un certo tipo di espressioni facciali e gesti per creare immagini cinematografiche dell’essere umano. L’uomo intrappolato nei suoi pensieri e sogni misteriosi, chiuso in sè stesso, rivela attraverso la sua sensualità una bellezza idealizzata. I ritratti e gli autoritratti che rappresentano il corpo non rappresentano solamente la vera immagine di chi è effigiato. Essi hanno un simbolismo di vasta portata e nascondono spesso una storia speciale e profonda o una catena di storie alle spalle. Storie che a volte un’immagine può rivelare subito oppure svelerà solo dopo anni. Alcuni aspetti narrativi delle opere di Maria Dimitriou non sono più visivamente tangibili ma possono solo essere intuiti. Sono il modello di un atteggiamento mentale, sono l’immagine di un mondo emozionale, un riflesso della cultura dell’immagine emotiva dell’artista. Sono anche un ricordo; uno scorcio del passato e della transitorietà, da cui si può dedurre un carattere parzialmente nostalgico delle opere.

L’artista Aloisia Hartmeier è nata a Worms (Germania). Ha sviluppato la sua particolare espressività visiva, in cui il suo stile fortemente emotivo, la spontaneità e l’intuizione non possono essere ignorati. La sua caratteristica principale è esemplificata da ogni linea disegnata, intrisa di dinamismo e movimento, sulla tela. L’espressione di queste linee e colori armoniosamente “oscillanti” e musicalmente amplificati dall’uso espressivo del colore, crea una gradevole mescolanza di forme e colori. L’utilizzo semplicistico dei materiali lascia l’osservatore con una forte impressione emotiva. Il lavoro di Aloisia Hartmeier trasmette gioia di vivere e tutta la varietà dei moti dell’animo. Astratto e materiale, realistico e simbolico, piano e tridimensionale, la sua arte rispecchia – superficialmente e in profondità – la vita.

La mostra sarà visitabile con il seguente orario: lunedì dalle 16.30 alle 19.00 e dal martedì al sabato dalle 10 alle 12 e dalle 16.30 alle 19.

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