Una comunità per il Gortani

30 Agosto 2018

TOLMEZZO. Riceviamo da Giancarlo L. Martina – e volentieri pubblichiamo – questo lungo e articolato intervento contenente “alcune considerazioni e proposte – spiega l’autore – sulla situazione del Museo Gortani. Spero possa interessarvi e contribuire al dibattito in corso”. Lo speriamo anche noi…

UNA COMUNITÀ PER IL GORTANI
Ho avuto la fortuna di partecipare alla feconda stagione culturale inauguratasi con il convegno sui Cramars una ventina d’anni fa. L’allora direttore del Museo Carnico delle Arti Popolari Michele Gortani, Giorgio Ferigo, ne fu promotore e animatore, oltre il convegno vennero pubblicati gli atti alla cui stesura parteciparono diverse decine di collaboratori (tra docenti universitari, storici, studiosi, ricercatori locali), contemporaneamente venne allestita una mostra all’interno del Museo. Non solo questo, ci fu anche il raccordo con l’Istituto Linussio, i cui studenti del settore turistico svolsero attività di reception congressuale e “guide” alla mostra (che venne anche portata all’allora Friuli Doc).

Proseguendo, Ferigo fece partecipare il Museo al lavoro di studi internazionali Linen on net, poi fu la volta della mostra sui frontalini degli alveari, la creazione del frutteto di antichi cultivar locali, per arrivare al convegno sulla religiosità popolare nella montagna friulana. All’interno del Gortani vennero riallestite alcune sale (non solo la novità dei Cramars), quella della tessitura e lo studio del notaio, inoltre fu intrapresa la ricerca per riconoscere i soggetti dei dipinti conservati (molti dei quali ricchi mercanti o cramars di successo). Durante questa stagione vennero coinvolte diverse decine di appassionati ricercatori, oltre che l’Università di Udine.

Lo studio e la ricerca avevano apportato non solo approfondimenti o scoperte sulla realtà della Carnia, ma avevano fornito materiale che poteva, come in parte è stato, attivare percorsi di interesse turistico, laboratori didattici, coinvolgimento delle tante località della Carnia. Dopo l’uscita di Ferigo dalla direzione venne a mancare lo stimolo che il Museo Gortani aveva e avrebbe potuto garantire.

Proprio perché in prima persona ho vissuto e visto quanto il Gortani poteva e può offrire mi permetto di intervenire sulla sua crisi attuale che è legata, mi par di capire, a due fatti eclatanti: il passivo di bilancio, la mancanza di un Direttore.

Per quanto riguarda il primo, le notizie di cronaca riportano l’impegno della Regione, attraverso l’Assessore alla Cultura Tiziana Gibelli, a garantire quattrocentomila euro in cinque anni. Se l’impegno verrà mantenuto, significa che il Museo riceverà ottantamila euro all’anno, che, da quanto ho appreso dalla stampa, non coprono del tutto le spese ordinarie di gestione (certo, meglio questo che niente). Non so a quanto ammontino i contributi degli altri soggetti che fanno parte della Fondazione, perché è in base a quelli che forse si può pensare ad un progetto di rilancio.

Il secondo elemento di criticità è la mancanza del Direttore. La sua figura è fondamentale perché rappresenta e garantisce la continuità del progetto che caratterizza il Museo. Lo scoglio, non irrilevante oltre alle competenze necessarie, credo abbia due soluzioni: o deve essere pagato o (come fece a suo tempo Ferigo) svolga il suo compito per “passione”. Mi sembra chiaro che la soluzione del problema ruoti attorno ai finanziamenti, oltre, come ripeto, alle competenze necessarie per dirigere un museo etnografico. In ogni caso non credo che sia possibile venirne a capo in breve tempo, se non con una soluzione ponte che potrebbe tener conto di alcune considerazioni da discutersi. Tra l’altro potrebbe essere utile che il Direttore venisse affiancato da altre figure con altre competenze (mi par difficile trovare una persona che sappia di etnografia, della toponomastica della Carnia, di bilancio, di legislazione, di allestimento museale e così via) per esempio all’interno del Consiglio di Amministrazione.

Penso che lo studio e la ricerca siano fondamentali per la vita del museo, rappresentano la linfa vitale di un luogo che di fatto conserva documenti del passato la cui comprensione deve essere affidata a chi ha gli strumenti necessari per farlo. Per questo motivo è necessario il collegamento con ricercatori, appassionati, cultori della materia, storici non necessariamente e non solo del luogo, così come è fondamentale il legame con l’università, il luogo fisico della ricerca (esiste la cattedra di Etnografia a Udine o a Trieste? Non mi risulta e questo è un ulteriore problema).

Come altri hanno scritto sul Messaggero Veneto prima di me, è basilare il collegamento con i musei etnografici in primis dell’arco alpino (San Michele all’Adige, Fassa ecc.) sia italiano che sloveno, austriaco, svizzero, francese, ma allo stesso modo quello con i musei etnografici (della civiltà contadina, collezioni) regionali così da far rete su iniziative comuni, oltre che attivare un confronto sulla loro gestione. In provincia di Udine ci sono undici realtà nella rete provinciale più due non censite, le dimensioni non sono le stesse, ma unire le forze per amplificare le proposte potrebbe essere utile. Sicuramente tutti si scontrano con la difficoltà di arrivare al pubblico. A maggior ragione salta agli occhi la necessità di far rete.

Secondo me, già da subito si potrebbe pensare ad un inizio di riallestimento delle sale con criterio e criteri chiari (un suggerimento segnalato da altri è alleggerire il numero degli oggetti, ma perché non riattivare quanto Ferigo aveva iniziato a fare con i cramars?). Più complicato, ma sicuramente non impossibile con l’aiuto dei tanti insegnanti che a loro tempo avevano impostato lavori del genere a Tolmezzo, è la creazione di percorsi didattici, anche minimali, ma fruibili, su cui il Museo si posa spendere andando a proporli alle scuole. Ugualmente può risultare semplice l’utilizzo dello stage o dell’alternanza scuola-lavoro sia nel territorio della Carnia che in Friuli. Non dimentichiamoci che c’è la facoltà di Turismo a Udine, ma anche diversi istituti turistici i cui studenti potrebbero far esperienza attraverso questo strumento.

Personalmente anch’io trovo il termine marketing indigesto per un Museo etnografico. Mi trovo meglio con la parola comunicazione, se questa significa usare strumenti adatti per veicolare il messaggio rispetto a un determinato pubblico. A confronto con altri musei, il Gortani non ha un sito che punti ad attirare visitatori, non è solo questione di contenuti, ma di grafica, di linguaggio oltre che di proposte. In stretto contatto con ricerca e comunicazione c’è il coinvolgimento con le realtà locali di artigianato artistico e di alto livello. Perché non sfruttare l’invito rivolto dal Comitato di Socchieve avviando da subito una collaborazione sui tessuti e i tessitori? Sarebbe così fuori luogo avviare una ricerca ad ampio raggio sui tessitori carnici, le loro creazioni, le mete delle loro migrazioni, convogliare la ricerca ad un convegno, una mostra, a del materiale che possa essere realizzato o rielaborato dagli artigiani odierni? Mettendo a confronto mezzi e strumenti del passato con quelli di oggi? Se poi venissero coinvolti alcuni musei regionali, nazionali e transfrontalieri il rimbalzo comunicativo sarebbe di rilievo.

Direttamente collegata è la realizzazione di mostre temporanee annuali su temi specifici, come tessitura e tessitori, ma gli argomenti possono essere veramente innumerevoli. Lo spazio poi, mi par di capire, esiste a fianco del Gortani: la struttura ristrutturata e che a tale scopo era diretta.

Nel breve spero che si possa smuovere la situazione del Museo delle Arti Popolari Gortani attraverso la concreta disponibilità di chi ha a cuore la sua vita. Credo che il Museo Gortani sia ricchezza della Carnia, ma che sia patrimonio di tutti i friulani e non solo.

Giancarlo L. Martina

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