Rivoluzione bolscevica: una duplice prospettiva

2 Ottobre 2016
Tempest

Tempest

PORDENONE. Il 1927 è occasione per molti film per celebrare il decimo anniversario della Rivoluzione sovietica. Celebrandone anticipatamente il centenario, le Giornate del Cinema Muto, in corso a Pordenone fino all’8 ottobre, propongono due opposti punti di vista, ideologico e cinematografico, di rivisitazione dell’evento. Cominciando da William Camerom Menzies, il geniale scenografo e regista cui è dedicata la principale retrospettiva delle Giornate 2016, fra i realizzatori di Tempest, regia di Sam Taylor, 1928, con John Barrymore (Teatro Comunale Giuseppe Verdi, lunedì 3 ottobre, ore 20.30) In questa storia, ambientata appunto al tempo della Rivoluzione sovietica, Menzies seppe rendere, accentuandolo al massimo, il carattere della Russia. Il suo lavoro fu molto apprezzato e, unitamente a quello per The Dove (La colomba), fu determinante per l’aggiudicazione del primo Oscar per la scenografia a William Cameron Menzies. Anche in Tempest, come succederà molte altre volte, il ruolo di Menzies fu in realtà determinante dal punto di vista artistico, in quanto il film conobbe nella sua realizzazione una serie di vicissitudini piuttosto tempestose con l’avvicendarsi di ben tre registi: Sam Taylor, Victor Tourjanski e Lewis Milestone.

canone_04_romanov-fall-romanov-gosfilmofond-of-russiaIl punto di vista sovietico lo troviamo in La caduta della dinastia Romanov di Esfir Shub (ore 22.30), un documentario nell’accezione più classica, perché viene utilizzato unicamente materiale già girato. La sfida era appunto quella di realizzare un film non con la macchina da presa ma con forbici e colla ed Esfir Shub era sicuramente la personalità del cinema sovietico più indicata per quest’impresa, godendo come montatrice di una reputazione già leggendaria. Aveva imparato il mestiere a una scuola dura ma creativa: per anni infatti aveva il compito negli stabilimenti cinematografici sovietici di modificare e manipolare i film soprattutto stranieri e più tardi anche quelli nazionali da un punto di vista accettabile per il regime sovietico. E questo comportava spesso un radicale capovolgimento di trame, situazioni e personaggi. Ma per il montatore rappresentava anche una straordinaria libertà creativa perché si trattava di dare una struttura coerente a una enorme quantità di materiale giacente negli archivi senza disporre di una trama originaria. Esfir Shub descrisse la realizzazione della Caduta della dinastia Romanov in termini quasi atletici, avendo dovuto visionare ben 60 chilometri di pellicola per ricavarne i 1500 metri del montaggio definitivo del film.

L’ossessione per il denaro è antica quanto il mondo, ed ecco la curiosa antologia dell’EYE Filmmuseum di Amsterdam con la collezione Desmet (ore 12): drammi e commedie sul possesso o sulla mancanza del denaro, che stupiscono per la ricerca di soluzioni tecniche e artistiche nelle pellicole delle origini. Esemplari alcune scene del grande Segundo de Chomon (collaboratore di Méliès poi operatore di Cabiria, di tanti Maciste e curatore degli effetti speciali del Napoleon di Gance), in cui come un vero mago mette in scena trucchi e meraviglie che abbagliano anche lo spettatore di oggi. È molto importante storicamente il film polacco Il richiamo del mare, 1920, in programma alle 9.45, un melodramma d’azione che è anche il primo film marittimo della Polonia, quando con il trattato di Versailles alla fine della prima guerra mondiale fu concesso al nuovo stato uno sbocco sul Baltico. Nel film ci sono delle scene molto spettacolari girate con la collaborazione della Marina polacca e del suo squadrone aereo che effettua riprese in volo. Merita attenzione il regista del film, Henryk Szaro (1900-1942) il cui vero nome era Henoch Szapiro, uno dei più significativi del periodo tra le due guerre. Poliglotta e giramondo, ebreo, morì nell’insurrezione del ghetto di Varsavia, accomunato in questo tragico destino ad uno degli attori protagonisti del Richiamo del mare, l’attore Mariusz Maszynski.

Nel programma di lunedì 3 ottobre anche Algol, produzione tedesca di Hans Werkmeister del 1920 che vede la partecipazione dello scenografo Walter Reimann (reso famoso da Caligari) e del grande attore Emil Jannings. Alle 18.15, Ildfluen (La lucciola) di Einar Zangenberg del 1913, in cui la protagonista, rapita da ragazzina e cresciuta in un circo, si esibisce nel sensazionale numero della lucciola danzando come una farfalla sospesa a mezz’aria sotto la cupola del tendone.

Continua dopo il successo dello scorso anno la serie “Altre sinfonie della città”, opere ibride tra documentario e sperimentazione. Iniziamo con le immagini di Buenos Aires del 1936, quando si festeggiarono i 400 anni di fondazione della città. Il regista Horacio Coppola è stato una figura chiave del modernismo argentino avendo studiato il Bauhaus e conosciuto le avanguardie europee. Molto influenzato dallo schema di un classico come Berlin di Ruttmann è il San Paolo realizzato da due cineasti ungheresi trasferitisi in Brasile alla metà degli anni Venti, Adalberto Kemeny e Rex Lustig. Terzo e ultimo titolo della prima parte del programma è Budapest, città delle terme.

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