Paradoxa, ultimo atto con l’arte sudcoreana

19 Luglio 2018

UDINE. Si concluderà con una mostra dedicata all’arte contemporanea della Corea del Sud, la trilogia espositiva Paradoxa presso Casa Cavazzini – Civici Musei di Udine. Questa edizione è prodotta dal Comune di Udine, con la collaborazione di ERPAC e del Far East Film Festival e con il patrocinio dell’Università di Udine. L’inaugurazione, aperta al pubblico, è fissata per venerdì 20 luglio alle 18.

Ad esporre dal 21 luglio al 14 ottobre negli spazi di Casa Cavazzini, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Udine, tre artisti coreani: Yee Sookyung, Park Chang-kyong e Kyung-ah Ham. Molto affermati in patria e già apprezzati anche a livello internazionale (Yee ha partecipato alla scorsa Biennale di Venezia), i tre artisti invitati proporranno opere di scultura, arte tessile, pittura e video arte, lavori densi di riferimenti alla cultura coreana tradizionale, ma anche alla delicata attualità che ha visto la penisola coreana al centro di tensioni politiche mondiali, con una fase di distensione appena avviata dall’incontro di Singapore.

Avviatosi nel 2016, Paradoxa è un progetto espositivo triennale, organizzato dai Civici Musei di Udine e curato da Denis Viva, teso ad investigare le forme attuali dell’arte contemporanea dell’Estremo Oriente, rintracciandovi i temi del paradosso e della contraddizione, in una globalizzazione crescente che ha reso sempre più protagonista quell’area asiatica. Dopo aver condotto il visitatore alla scoperta degli artisti nipponici nel 2016 e dei creativi cinesi nel 2017, la rassegna triennale quest’anno fa virtualmente tappa in Corea, concludendo quell’esplorazione avviata in abbinamento al Far East Film Festival. Il focus di questa edizione sarà sul controverso tema dell’identità nazionale e del rapporto con la tradizione della cultura coreana, che da decenni vive imprigionata in un dualismo politico che contrappone i regimi più chiusi, retaggio della storia politica del Novecento, alle politiche più aperte e dinamiche verso l’estero. Una mostra che ben si lega al momento attuale ed alle complesse dinamiche in atto tra l’Occidente e il regime di Kim Jong-un, e che cerca di fornire al pubblico spunti di riflessione attraverso lo sguardo di tre insider d’eccezione.

Nella produzione di Yee Sookyung (1963), centrale è la rielaborazione di tecniche e motivi iconografici delle antiche credenze religiose coreane e la loro traduzione in forme nuove e contemporanee. L’opera The Other Side of The Moon (2014) è costituita da una serie di frammenti di ceramica invetriata nera – proveniente dalla Corea del Nord – ricomposti e rifiniti nei punti di giuntura con oro a 24K. La scultura fa parte della serie Translated vase, esposta alla Biennale di Venezia, realizzata recuperando materiali di scarto preziosissimi – porcellane distrutte dei sapienti maestri ceramisti coreani – ricongiunti ad hoc come in puzzle culturale. In coreano, le parole ‘crepa’ e ‘oro’ hanno lo stesso suono, geum. Le opere di Yee sono così metafora della vita, della capacità di integrare le difficoltà e mettere in valore la sofferenza.

La ricerca artistica di Park Chan-kyong (1965) – fotografo, regista ed artista visivo – si fonda intorno al tema della memoria storica rispetto al rapido processo di modernizzazione del suo paese, esposto a forti contaminazioni e ingerenze occidentali. Il video Child Soldier (2017) è realizzato montando una serie di fotografie in 35mm. Protagonista è un bambino-soldato nord-coreano, immortalato mentre vaga armato nel bosco, senza meta e scopo preciso. L’intento dell’artista è scardinare l’immagine stereotipata dell’esercito coreano, umanizzandola. Ai toni militaristi ed ideologici della propaganda, Park contrappone la verità disarmante: il nemico è, semplicemente e innanzitutto, un altro essere umano. Come filmmaker e montatore cinematografico, l’artista ha affiancato il fratello – il noto regista e sceneggiatore Park Chan-wook – conquistando l’Orso d’Oro alla Berlinale 2011 per il miglior cortometraggio, con l’ horror fantasy Paranmanjang (Pesca notturna).

Kyungah Ham (1966) sperimenta i più disparati media, affidandosi spesso all’interazione con altre maestranze artigianali. Nel suo corpus creativo è forte il riferimento alle tematiche socio-politiche ed alla questione della libertà d’espressione. L’opera What You See is the Unseen – Five Chandeliers for Five Cities (2015) è un arazzo di grandi dimensioni, realizzato da ricamatrici nord-coreane che l’artista ha ingaggiato clandestinamente. Gli schizzi consegnati loro da Kyungah sono colmi di occulte frasi slang, immagini pop, testi di canzoni ed altri contenuti occidentali censurati dal regime che le artigiane hanno riportato, mimetizzato, nel filato. Al di là dell’apparenza fisica del ricamo, la vera materia prima dell’opera è la comunicazione che aggira la censura.

Giunta alla sua ultima edizione, Paradoxa ha trovato ad Udine terreno fertile, con un pubblico sensibile e ricettivo, curioso di approfondire nuovi aspetti della cultura e della società asiatica. La città friulana, del resto, accoglie da ormai 20 anni il Far East Film Festival, il più grande festival europeo del cinema asiatico, rendendo familiare l’estremo oriente qui in Friuli, nell’oriente italiano.

La mostra sarà visitabile da martedì a domenica, dalle 10.30 alle 19, orario continuato. Percorsi assistiti in mostra a cura di Altreforme.

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