Lingua friulana e autonomia: tavola rotonda a San Vito

21 Marzo 2016

SAN VITO AL TAGLIAMENTO. Martedì 22 marzo alle 17.30 si terrà nell’Antico Teatro Sociale “Arrigoni” di San Vito al Tagliamento, una tavola rotonda sul tema “Lingua friulana e autonomia”, nei vent’anni della Legge regionale 15/1996. L’iniziativa è organizzata dal Comune di San Vito al Tagliamento e dalla Società Filologica Friulana, nell’ambito delle iniziative per la Festa della Patria del Friuli Gianni Torrenti assessore regionale alla cultura, sport e solidarietà, Sergio Cecotti già Presidente della Regione, Giovanni Frau già presidente dell’Osservatorio regionale della lingua e della cultura friulane, Lorenzo Fabbro presidente dell’ARLeF – Agenzia Regionale per la Lingua Friulana e Michele Gazzola dell’Università Humboldt-Berlin. Modererà William Cisilino.

Il riconoscimento legislativo della lingua friulana compie vent’anni. Era il 22 marzo 1996 quando veniva pubblicata la Legge regionale 15 del 1996. Con il nome «Norme per la tutela e promozione della lingua e della cultura friulane e istituzione del Servizio per le lingue regionali e minoritarie», il Consiglio della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia varò, il 27 febbraio 1996, la prima legge organica di tutela della lingua friulana. Per arrivare a questa legge, però, la strada è stata lunga e piena d’ostacoli: il primo passo risale al 1947 quando i padri della Costituzione vollero introdurre l’articolo 6 dove si legge che «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Questa scelta aveva l’intenzione di andare contro alle politiche di assimilazione linguistica e culturale che avevano caratterizzato il ventennio fascista.

Ma se il principio era nobile, la sua applicazione lasciò molto a desiderare: accanto all’attuazione parziale delle norme per le minoranze “nazionali” (soprattutto nell’ambito dell’applicazione di accordi internazionali piuttosto che per volontà del parlamento italiano), le comunità regionali iniziarono a richiedere il riconoscimento dei loro diritti linguistici solo dopo la metà degli anni Novanta. In concomitanza con il mutamento della situazione internazionale (era appena caduta la “cortina di ferro”), dell’adozione da parte del Consiglio d’Europa di misure specifiche per il riconoscimento delle minoranze come la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie (del 1992, ancora in attesa di approvazione da parte dello Stato Italiano) e di qualche finanziamento per le minoranze della Comunità Europea, i diversi stati iniziarono a considerare l’esistenza delle lingue minoritarie come una ricchezza, anziché un intralcio all’unità e integrità nazionale.

Con questa disposizione, le regioni iniziarono a promulgare buone leggi di tutela. Tra queste, la legge regionale 15/96 per la tutela della lingua friulana è stata un modello di riferimento in Italia, è stata infatti la prima ad occuparsi nel dettaglio di una lingua regionale disciplinandone anche l’utilizzo nel settore pubblico (negli statuti, uffici e toponomastica), nei mezzi di comunicazione e nella scuola, accanto alla tradizionale promozione culturale. Dopo l’approvazione di questa legge furono create norme simili in Molise, Sardegna (1997), nel 1998 per la Basilicata e Sicilia e, nel 1999, è finalmente uscita la Legge 482/99 dello Stato italiano che, dopo più di 50 anni, ha messo finalmente in pratica l’articolo 6 della Costituzione.

Con la Legge 15/96 per la prima volta i friulani hanno avuto a disposizione un testo organico per la salvaguardia e valorizzazione della loro lingua, che affrontasse non solo gli aspetti inerenti al sostegno delle attività culturali di enti locali e delle associazioni, ma anche forme più incisive di intervento, almeno nell’ambito delle competenze regionali. Prima dell’approvazione della Legge regionale 15/96, non erano mancate iniziative legislative tese alla promozione della lingua friulana ma tali provvedimenti, fatta salva qualche generica affermazione di principio, si limitavano a stabilire esclusivamente forme di sostegno contributivo alle attività sulla lingua e cultura friulana promosse da soggetti pubblici o privati. Il vero merito della Legge regionale 15/96 sta quindi nel fatto di aver introdotto nell’ordinamento regionale degli elementi fortemente innovativi rispetto al precedente quadro giuridico che, sebbene non portino a definirla come una vera e propria legge di politica linguistica, hanno senz’altro posto le prime basi per avviare una consapevole azione di normalizzazione del friulano in alcuni importanti ambiti della vita sociale.

Sono passati vent’anni, un’altra Legge regionale (la 29/2007) è stata approvata dalla Regione, introducendo altre competenze e funzioni (ad esempio l’uso curricolare del friulano nella scuola dell’obbligo), il clima è cambiato, parlare friulano in pubblico è diventato normale (e non solo nei convegni degli studiosi), ma si deve fare ancora molta strada: da un lato, per convincere i friulani che la marilenghe è un vantaggio per la comunità regionale, dall’altro per fare un bilancio – né ideologico né di parte – di quanto è stato fatto, di come sono state investite le risorse e, soprattutto, dei risultati di tutte le politiche di tutela della nostra lingua.

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