L’analisi di un epidemiologo sull’alto tasso di mortalità

7 Aprile 2020

Fulvio Zorzut

TRIESTE. Il dottor Fulvio Zorzut – medico epidemiologo, specialista in igiene e medicina preventiva – di Trieste ci ha inviato una sua analisi sulle cause dell’elevato tasso di letalità per Coronavirus in Italia. ”Credo che in questo momento – afferma – possa interessare molto l’opinione pubblica”

Il tasso di letalità apparente in Italia è del 11,8%, addirittura è del 15-16% in Lombardia, in base ai dai forniti dalla Protezione civile. Ora, il tasso è assolutamente fuori scala. Facendo semplici confronti con Nazioni simili e omogenee, come a esempio la Germania, questo è dello 0,87%, in Corea del Sud è dello 1,59%, in Giappone è dello 2,8%, per non parlare della Cina, focolaio di partenza della pandemia, dove la letalità non supera il 4%, (tassi calcolati sui dati forniti dalla Johns Hopkins University).

Si possono fare delle ipotesi deduttive.
Sicuramente in Italia il fattore demografico è una criticità. Gli ultraottantenni, ad esempio, sono il 5% in Campania (la regione meno vecchia d’Italia) e il 12,2% in Liguria (la regione più vecchia). E’ intuitivo che, a parità del grado di diffusione del virus, alla Campania viene richiesto un minore sforzo sanitario per gestire l’epidemia, rispetto alla Liguria le cui strutture sanitarie, per quanto all’avanguardia, sono in crisi per problemi legati all’elevata numerosità di anziani residenti. Per analogia la Cina, con età media molto più bassa, era ed è molto avvantaggiata rispetto all’Italia. Questo è alla base della nostra maggiore vulnerabilità nei confronti di questa emergenza sanitaria che, oltretutto, richiede una crescente disponibilità di posti letto nelle terapie intensive. Il fatto che il Nord possa essere più organizzato ed efficiente, dal punto di vista sanitario, non compensa lo squilibrio demografico rappresentato da un’alta percentuale di residenti over 60 e anziani istituzionalizzati in Casa di Riposo. Infatti il 78% dei decessi si concentra nelle fasce di età dai 60 anni in su.

Ma non basta!
Il Giappone ha una popolazione molto più anziana di quella italiana eppure viene rilevato un numero di decessi molto inferiore a quello italiano. Si può, ragionevolmente, escludere una mutazione genica dell’Rna virale; infatti non ci sono riscontri di repliche virali maggiormente aggressive e per di più solo nel nostro Paese. Il tabagismo, le pluripatologie, il clima, ipotesi avanzate da più parti sembrano insufficienti a spiegare il fenomeno.

Ed allora?
Il problema sta sicuramente nel denominatore degli infetti, che in Italia è calcolato esclusivamente sui soggetti tampone+ al Covid-19 e che, ovviamente, sono pochi rispetto agli infetti presenti nella popolazione generale. Sui media si parla genericamente di asintomatici, ma è non così semplice. Ci sono anche i sintomatici lievi, di fatto circa il 75% degli infetti ha solo sintomi simil-influenzali o neanche quelli e in molti casi sfuggono alle rilevazioni dei Medici di Medicina Generale e a maggior ragione non accedono neppure al Pronto Soccorso.

Bene, considerato che gli infetti sono almeno 10 volte tanto, rispetto a quelli individuati con i tamponi, ecco che il tasso di letalità plausibile scenderebbe al 1%. Dato, tra l’altro, registrato anche sulla nave da crociera Diamond Princess, modello di studio casuale, ma perfetto, in quanto confinato e misurabile con certezza. Quindi bisogna cambiare le modalità di conteggio, inserendo al denominatore anche le diagnosi presunte, in base solo ai sintomi clinici e non più solo in base ai tamponi, come accade già da decenni durante le annuali epidemie di influenza. In Cina agli inizi di febbraio hanno fatto questa scelta.

Ma non basta ancora!
Chiarite quelle che sono le cause possibili dell’apparente elevatissima letalità per Covid-19 in Italia, riportandola entro limiti accettabili si verifica, probabilmente, una sottonotifica anche nel caso delle morti attribuite al virus. E’ molto utile, in questo senso, lo studio effettuato nel comune di Nembro, nella Bergamasca dalla locale municipalità, sull’incremento dei decessi nel paese. In questo piccolo centro, nel periodo gennaio-marzo, il dato delle morti era attestato, storicamente, sul numero di 35 decessi. Nel gennaio-marzo 2020 le morti attribuite al Covid, in base alla diagnosi confermata di laboratorio, sono state 31. Quindi il numero atteso doveva essere circa 35+31= 66 , ma, sorprendentemente i funerali sono stati 158, 92 in più della stima. Ovviamente la differenza è così elevata che non può essere una normale deviazione statistica.

Sono forse i decessi avvenuti in casa e quindi mai entrati in alcuna statistica? Può Nembro essere un esempio di quello che sta accadendo anche nel resto della Nazione? Certo, si tratta di un piccolo campione, poco numeroso, soggetto a molte variabili ma pone un quesito ineludibile. La conta drammatica dei morti attribuibili al Coronavirus a livello nazionale è attendibile e precisa o anche in questo caso è sottostimata? Quindi, è indispensabile raccogliere bene i dati in modo tempestivo, puntuale ed accurato. Perché l’alternativa è rendere inutili le curve di regressione previsionale e l’impiego di altri strumenti statistici utilizzati dagli epidemiologi vanificando la possibilità di valutare cosa accadrà, come ad esempio predire in modo attendibile la prossimità del picco pandemico e facendo venire meno ai decisori politici un contributo fondamentale per adeguare e modificare le strategie.

N.B. Elaborazioni su dati della Protezione Civile, in continuo consolidamento.

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