La storia degli esuli istriani “accolti” a San Quirino: libro

15 Gennaio 2018

CODROIPO. Luigino Vador e Nicoletta Ros sono friulani, da quasi trent’anni residenti a San Quirino, dove però, solo recentemente, hanno scoperto le vicissitudini delle famiglie esuli dall’Istria che si sono insediate alle Villotte dal 1957. Profondamente colpiti dai racconti dei propri concittadini, hanno deciso di dar loro voce in un volume – intitolato ”Senza ritorno“ – che vuole preservarne e divulgarne la memoria. Sarà presentato – a cura del Caffè letterario codroipese – giovedì 18 gennaio (20.30) al ristorante Nuovo Doge di Villa Manin (Passariano) con ingresso libero. Relatori saranno: Nicoletta Ros, Luigino Vador, Gianni Giugovaz Sindaco di San Quirino, Eugenio Latin Presidente del circolo Villotte di San Quirino. Letture: Chiara Sartori.

La zona delle Villotte era costituita da ampie praterie a nord di Pordenone. Il suolo, assai povero, non ne aveva favorito la coltivazione. Erano dunque rimaste per secoli disabitate e incolte. I sanquirinesi chiesero e ottennero di acquistarle, grazie a un prestito fornito dai nobili Carrer e saldato appena nel 1907. Nel 1955 le praterie vennero forzatamente vendute all’Ente di Rinascita delle Tre Venezie, che le dissodò, le suddivise in poderi e vi costruì delle case, che dall’ottobre 1957 vennero assegnate con i relativi appezzamenti a 42 famiglie istriane provenienti dai campi profughi di Trieste, Cremona, Brescia e Altamura. La tenacia, lo spirito di sacrificio e la laboriosità consentì loro di trasformare le Villotte in una fertile area di vigneti, frutteti e coltivazioni cerealicole. Appena dopo 30 anni questi “coloni”, che avevano pagato annualmente un canone, poterono diventare proprietari. In contemporanea però emigrarono in Canada tanti sanquirinesi che avevano perduto i loro pascoli e che si sentirono defraudati dagli incolpevoli nuovi venuti.

Non è stato facile raccogliere le testimonianze degli istriani. Infatti molti di loro non volevano parlare per paura di ritorsioni. Altri avevano ritegno a sviscerare storie dolorose che fino ad allora avevano gelosamente conservato nel proprio cuore ferito. Ma alla fine gli autori sono riusciti a condensare le vicende di 17 famiglie, quasi tutte di origine contadina, che avevano dovuto abbandonare le loro case, le loro terre, il loro piccolo mondo per restare libere e italiane. Dopo i soprusi subiti dalle autorità comuniste jugoslave, l’accoglienza ricevuta in Italia non fu sempre delle migliori. Il libro vuole scagionare gli esuli dalla pesante accusa di essere degli usurpatori di terre altrui. Fra le altre ingiustizie patite, quella di essere stati trattati come stranieri sia in Istria che in Italia e di essere stati chiamati «italiani» in Istria e «slavi» in Italia.

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