Il virus è troppo ignoto? Una domanda, una constatazione

16 Giugno 2020

TRIESTE. Questa settimana il dottor Fulvio Zorzut, medico epidemiologo in Trieste, si pone la domanda ”Un virus troppo ignoto?”. Ecco le sue puntuali considerazioni.

”L’utilizzo dei modelli matematici predittivi all’inizio di una epidemia, quando i parametri sono ancora incerti è molto coraggioso, ma vanno comunque applicati a rischio di errori anche significativi.

La risposta delle Istituzioni è legata a questi risultati, che è bene ricordare non sono previsionali ma orientativi. I risultati dei modelli sono indicazioni preliminari che aiutano a prendere decisioni strategiche. Come sempre, nelle prime fasi di un’epidemia, la conoscenza dei fattori epidemici è in gran parte sconosciuta. Quindi ogni modello ha necessariamente una vasta gamma di scenari da considerare e proporre, dal migliore al peggiore. Inoltre i risultati devono essere interpretati in base all’esperienza pregressa, altrimenti restano solo grafici e numeri, che nascondono misteri che devono appena essere svelati. All’inizio di qualsiasi epidemia, e la storia lo conferma, l’individuo per paura del contagio, antepone naturalmente la propria salute e quella dei propri cari a tutto e solo dopo vengono le considerazioni e le preoccupazioni per le ripercussioni economico\lavorative.

I faticosi e lenti progressi nella conoscenza delle caratteristiche di questo specifico Coronavirus sono avvenuti sul campo, giorno dopo giorno. Va fatta una premessa, forse banale ma necessaria: essere “infetti”, positivi al tampone molecolare o ai test sierologici non significa affatto essere ammalati. Anche ora che assistiamo a un netto calo dell’epidemia nella nostra Regione ed in Italia, cosa che non sta ancora avvenendo a livello planetario (basta osservare Usa, Brasile, India eccetera), sono rimasti numerosi coni d’ombra. Ci sono molte informazioni acquisite, molte da verificare, altre ancora contraddittorie e comunque mancano ancora molti dati.

Un rapido elenco di sorprese
Non si sapeva che lo stato di contagiosità non andava in parallelo alla guarigione clinica e che soggetti apparentemente guariti, a distanza di tempo, sarebbero divenuti nuovamente (spreaders) diffusori del virus. Non è ancora nota l’efficacia degli anticorpi protettivi, né la loro persistenza nel tempo o se risentono del fenomeno Ade per cui potrebbero essere essi stessi fonte di infezione, in quanto legati alla struttura virale ancora attiva e capace di replica. Non era noto che il 65% di tutti gli infetti è asintomatico oppure sintomatico lieve, per cui non ha bisogno di terapie, ed esce da ogni conteggio statistico pur essendo contagioso. La percentuale cresce addirittura allo 76,7% se si considerano anche i pauci sintomatici. Gli infetti disseminano il virus già circa 48 ore prima dell’eventuale esordio clinico.

Non si sa ancora la ragione della virulenza maggiore del virus nei confronti dei maschi. Ci sono poi i temi legati alla stagionalità, alla temperatura ambientale, allo inquinamento, del perché non abbia sfondato al Sud o come mai ci siano stati così pochi decessi in Germania o in Russia. Tutte interessanti ipotesi e quesiti da verificare, ma che indirettamente confermano quanto poco si sappia ancora sul Covid-19. A questo si aggiunge che l’attendibilità e la specificità dei tamponi molecolari, utilizzati per fini diagnostici è appena del 70%, quindi con la possibilità di un 30% di falsi negativi. All’inizio, in base alle conoscenze maturate con la Sars, si riteneva che il Covid in quanto Cornavirus causasse polmoniti, invece determinava e determina una “tempesta citochinica” con una coagulazione multiorgano intravascolare disseminata, che è stata la responsabile principale dei decessi. E’ bene sottolineare, ed anche questa è stata una grande sorpresa, che quasi l’80% dei decessi sono avvenuti nella popolazione di età compresa tra i 70 ed i 100 anni, mentre le coorti dai 0 ai 59 ne sono uscite quasi indenni (4,2% dei decessi totali).

La mortalità
Ultima nota, non sufficientemente messa in rilievo. La differenza fra la letalità apparente, che è quella misurata quotidianamente sui bollettini della Protezione Civile, e la letalità reale. E’ un problema di denominatore: se la base è costituita esclusivamente dai soggetti tamponi positivi e il numeratore dai decessi, è evidente che la letalità in Italia sia incredibilmente elevata (13-14% con punte del 18% in Lombardia).

Ma se la platea si allarga agli immuni naturali, il cui numero non è noto, ma può essere stimato, con gli studi di prevalenza sierologica attraverso i prelievi ematici attualmente in corso, intorno al 20-25% della popolazione totale, è evidente che il denominatore cresce moltissimo e la letalità cala drasticamente. Ma anche laddove questo valore stimato fosse troppo ottimistico ed elevato, è evidente che misurare i decessi solo sui 236.989 soggetti tampone positivi, dato aggiornato al 14 giugno, è molto diverso che calcolarlo su un denominatore di immuni naturali. Se anche fosse composto solo dal 10% di italiani immuni (6.000.000) ecco che la letalità reale nazionale scenderebbe allo 0,57%, cambiando completamente la prospettiva e la virulenza del virus. Possiamo dire che non conoscevamo molto di questo virus e che è stata una sorpresa che presenta ancora molti aspetti ignoti”.

Elaborazioni su dati del Istituto Superiore di Sanità, della Protezione Civile, dell’Istat, di Covstat-It, Gimbe in continuo consolidamento.

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