Brasile e ritorno del virus Riflessioni del dott. Zorzut

19 Maggio 2020

TRIESTE. Si rinnova l’appuntamento settimanale con le analisi sulla pandemia. Questa volta il dottor Fulvio Zorzut, epidemiologo triestino, vuol condividere con i nostri lettori una riflessione sulla diffusione incrementata dell’epidemia in Brasile: è solo un caso oppure è un problema dell’emisfero australe legato all’imminente inverno e di conseguenza sarà di nuovo un problema nostro?

”Negli ultimi 10 giorni si sta assistendo a un repentino incremento di infetti in Brasile e in Sud America. In due settimane il Brasile si è situato al 4° posto tra le nazioni più colpite. Perché accade? Se poi si aggiunge anche un forte incremento di casi in Sud Africa le ragioni diventano più di un sospetto. Questa evoluzione deve essere monitorata con mota attenzione.

Può essere determinata da una semplice diffusione casuale sfasata, in ritardo, e questa l’eventualità più rassicurante, ma del Covid-19 sappiamo ancora poco e si stanno scoprendo giorno dopo giorno le sue caratteristiche, per cui non si può escludere, a priori, che la stagionalità giochi un ruolo importante.

Un recente studio dell’Università Statale di Milano, esaminando su scala globale le relazioni tra casi di Covid-19 e condizioni climatiche, suggerirebbe che la diffusione del virus sarebbe influenzata anche dalla temperatura e dalla umidità. La pandemia potrebbe colpire più duramente nei prossimi mesi America meridionale, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda. Ora nell’emisfero australe è autunno e fra un mese sarà inverno, con la ricomparsa certa dell’epidemia influenzale causata dal ceppo A H1N1 (Mixovirus dell’influenza). Dall’incrocio con i valori medi di temperatura e umidità dei mesi invernali e primaverili dell’epidemia, è emerso che il contagio si diffonde più rapidamente a temperature di circa 5°C e umidità medio-bassa.
Viceversa, in climi molto caldi e umidi caratteristici di alcune zone tropicali, l’epidemia sembrerebbe aver colpito con forza minore, anche se nessuna area popolata del mondo è immune. Oggi non sappiamo se anche il Coronavirus avrà un andamento analogo, al di là delle tante ipotesi formulate. Non dovrebbe essere così, ma se fosse aumenterebbero le probabilità di una ripresentazione annuale, periodica, legata all’inverno.

Ma è solo un problema di stagionalità? C’è un rischio non sufficientemente valutato e non è direttamente correlato al clima. Se il Coronavirus e questo “Covid” in particolare, presentasse delle analogie con i Mixovirus ci potrebbero essere dei problemi aggiuntivi, inaspettati ed imprevedibili. I Mixovirus vanno incontro a un riassortimento annuale in cui uno o più dei segmenti del genoma vengono sostituiti dal corrispondente segmento genomico di virus influenzali aviari o suini.

Gli studi sulla sequenziazione hanno rivelato che avviene anche un adattamento diretto del virus aviario all’uomo, ma questo è un fatto noto da molti anni. Le popolazioni dei virus ad Rna dell’influenza consistono in un miscuglio di microvarianti, ognuna delle quali può diventare dominante se si verifica una pressione selettiva appropriata. E tutto ciò avviene, da sempre, in Asia sud-orientale (Cina) dove si determina un’infezione mista tra uomo, maiali ed anatre più una vasta congerie di altri mammiferi, favorita da una elevata promiscuità domestica uomo-animale. Il maiale agisce come un “recipiente di rimescolamento” e il virus risultante è in grado di infettare l’uomo.

E questo purtroppo crea una forte analogia con il salto di specie: pipistrello pangolino, zibetto o addirittura, come riferito da studi cinesi, serpenti che sarebbe potuto avvenire a Wuhan, nel famigerato mercato, posto che uno spillover tra animali a sangue caldo e freddo sarebbe qualcosa di assolutamente inedito… Sono tutti animali che vengono macellati in loco nei mercati e quindi venduti, a fini alimentari, ai clienti. La provincia del Guandong è quella più indiziata, ma non esistono areali limitati per cui lo Hubei dove si trova Wuhan presenta caratteristiche alimentari, demografiche e sociali simili. Quindi di nuovo si ripresenta la suggestiva e preoccupante analogia con la comparsa di questo Coronavirus, essendo la zona geografica di origine sempre la medesima.

Le varianti del virus influenzale causano le epidemie quando il ceppo virale dominante di quell’anno riesce ad evitare la neutralizzazione da parte di una proporzione sufficiente della popolazione umana.

Per inciso questa descrizione basata su dati storici epidemiologici ripetitivi, fondati sulla geografia, sulla demografia, sugli aspetti etnico socio-ambientali consente di non avere bisogno di ipotizzare improvvide fughe di virus da altrettanto misteriosi laboratori virologici. La Cina da sempre e naturalmente è individuata come l’incubatore principale dove avvengono le ricombinazioni planetarie virali uomo-animale.

Sarà importante verificare e osservare, non potendo giungere a conclusioni solo su basi analogiche-deduttive, come evolverà la pandemia da Covid-19, nell’emisfero sud del pianeta in Brasile e in Sud Africa in particolare, nell’imminenza dell’inverno. Basta attendere un mese, un mese e mezzo e sapremo se ce ne libereremo definitivamente, o diverrà stagionale”.

Elaborazioni su dati della Johns Hopkins University in continuo consolidamento.

Condividi questo articolo!