Arttime, la magia del colore

28 Aprile 2018

UDINE. La Galleria ARTtime di Udine presenta una mostra collettiva d’arte contemporanea dal titolo “La magia del colore 2018” che avrà luogo dal 28 aprile al 10 maggio. Partecipano i seguenti artisti: Raf, Aline Spada, Karin Ganatschnig, Stefaudio, Balzano, Damiano Falcone, Elfriede Keplinger, Elke Hubmann-Kniely e Imerio Rovelli (scultore).

Raf all’anagrafe Raffaele Dragani – nato a Ortona nel 1951 – è un artista che ha operato sin dagli Anni sessanta: è approdato progressivamente all’astrazione partendo da una figurazione (nature morte, paesaggi e ritratti) con la rappresentazione di immagini fedeli ed accurate molto vicina agli stilemi ottocentisti. Costantemente lontano dalle gallerie e dai clamori del modo artistico, ha prodotto e lavorato quasi esclusivamente con motivazione legata alla passione – vero motore del proprio lavoro artistico – per soddisfare bisogni diversi, non solo materiali, ma anche psicologici ed emotivi riuscendo con continuità ad esprimere il meglio di sé. Raf ha costantemente perseguito il suggerimento del grande Henri Matisse “Ho lavorato per arricchire la mia intelligenza, per soddisfare le differenti esigenze del mio spirito, sforzando tutto il mio essere alla comprensione delle diverse interpretazioni dell’arte plastica date dagli antichi maestri e dai moderni.”

Aline Spada è nata a Sassari. Docente di educazione artistica ha compiuto i suoi studi all’Istituto d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Sassari. Allieva del padre Costantino e di Stanis Dessy. La sua carriera artistica è segnata da continua attività in ambito espositivo e concorsuale in cui ha conseguito premi e riconoscimenti a livello regionale e nazionale. Le sue opere sono state acquisite da collezioni pubbliche e private, gallerie d’arte, musei, chiese. La sua pittura, stratificazione di velature, effetto di potenti contrasti chiaroscurali, rimanda ad atmosfere naturalistiche. Forme in dissolvenza, compenetrate da riflessi luminosi, fluttuano, proponendosi come emozione di paesaggi rivissuti. Alla base del lavoro di Aline Spada c’è tensione di opposti. Caldo e freddo, ordine e imprevisto, densità e dissolvenza, poesia e geometria, corpo e spirito: è il dualismo alla base della condizione umana, che la Spada comunica senza dramma, ma attraverso i timori e i sottili turbamenti di una pittura astratta che a riquadri di compattezza irregolare sovrappone forme trasparenti, fluttuanti e quasi liquide.

Karin Ganatschnig non usa mai la sua arte come camuffamento. Lei non nasconde nulla. Inoltre si apre una visione chiara del mondo, che non sfoca nulla, che non nasconde i disordini e che non dipinge sulla semplice gentile delicatezza. Esemplarmente ciò può essere paragonato ai suoi paesaggi e ai suoi ritratti. Potresti trovarti di fronte a una ferocia sfrenata nata da incomprensioni e rabbia, oppure potresti anche soffermarti su una sensibilità delicata e progettata. Quindi non sorprende che la musica abbia un ruolo importante nel lavoro di Karin Ganatschnig. Chiunque entri in questo, sta analizzando il suo lavoro oltre le impressioni fugaci e sta ascoltando il suono delle sue pennellate. Qui le forze di sicurezza, infatti ogni area può essere assegnata a un suono o almeno a un umore sonico con cui colpisce la tela. O più precisamente: uno stato d’animo di base, che la conduce lungo la tela e che trova la sua continuazione con mezzi pittorici accuratamente selezionati.

L’astrazione di Claudio Stefanelli – alias Stefaudio – reinventa uno stile e afferma una tendenza in contrapposizione ad un’altra: pittura che diventa scultura e viceversa. Quello dell’artista pesciatino potrebbe definirsi un “informale che parte dalla forma per diventare materia”. Le figure che l’artista riporta sulla tela non si possono definire né formali né informali, sono una categoria a sé stante, come per la poesia ermetica. “Le forme informi e l’informalismo formale” si mescolano tra loro nella personale pittura di Stefaudio, che trasforma la logica delle classificazioni, così come sono state intese dal classicismo nei due secoli passati, facendo una specie di “rivoluzione linguistica strutturale” e ridefinendo in modo personalissimo l’astrazione, che diventa tensione spirituale, dove non c’è differenza tra la forma riconoscibile e quella astratta, perché entrambe si amalgamano e si compendiano. In tale contesto, in cui tutto è contrapposto a tutto, l’artista pesciatino sente l’esigenza dell’illusione tridimensionale dell’opera e la realizza con questo intento, confermando ancora una volta la complementarietà tra figurazione e astrazione.

Stefano Balzano è nato nel 1954 a Barletta dove vive ed esercita la professione di medico. All’inizio della sua attività artistica si ispira a De Nittis per realizzare opere di stampo impressionista in cui il mare, con i suoi colori cangianti e luminosi, è il soggetto privilegiato. Nella ritrattistica si ispira ad Amedeo Modigliani. I punti di riferimento in questa fase sono Vasilij Kandinskij, per il carattere musicale delle opere, e Henri Matisse, per l’elemento lussuoso. Dopo un breve periodo simbolista, Balzano viene influenzato dai colori e dal carattere surrealista delle opere di Van Gogh e delle Ninfe di Monet. Il suo linguaggio pittorico si affina. Negli ultimi anni, la pittura di Balzano spazia tra il Simbolismo Astratto di Mark Rothko e la Action Painting di Jackson Pollock. Ci si interroga sui canoni di bellezza e l’artista opta per la musicalità intrinseca dei colori, in grado di trasferire su tela le sue emozioni, istintivamente.

Damiano Falcone è nato a Milano nel 1939. Già in giovane età dimostra di essere un artista attivo e attento agli echi delle ultime avanguardie, ma anche alle novità dell’ambiente milanese di respiro europeo. Falcone si ispira proprio al Surrealismo perché meglio incanala la sua fervida immaginazione. Le prime opere dell’artista dai colori essenziali, in prevalenza grigi con poche varianti calde, sono armoniose composizioni di agglomerati umani e animali. Ben presto comincia a delinearsi la sua trasformazione estetica, senza che venga meno la sua radice onirica, per poi approdare, a seguito di un lungo periodo di riflessione, alla totale purezza dell’immaginario: l’astrazione formale. Negli ultimi anni la sua pittura è caratterizzata da una totale libertà compositiva, in cui l’artista tenta ripetutamente di imprimere sulla tela l’immagine del suo primo impulso onirico: la nascita dell’arte.

Dal 2005, Elfriede Keplinger – che fino al 2011 ha insegnato educazione artistica nelle scuole – è attiva con mostre individuali e collettive. Le sue ripetute visite di studio alla Summer Academy di Niederwaldkirchen e all’Accademia Geras hanno approfondito i suoi approcci prima nella tecnica dell’acquerello, poi nella pittura acrilica e nell’acquatinta. Influenzata dalle proprie emozioni, cerca di esprimere l’atmosfera di un paesaggio: i suoi sono definiti mondi interiori di immaginazione nell’interazione tra forma e colore a “coincidenza controllata”. Il risultato dà vita a immagini mistiche di opere che sono in grado di innescare il benessere nello spettatore. È membro della Compagnia degli artisti dell’Alta Austria e dell’Unione di artisti “NH10”.

Elke Hubmann-Kniely è nata e cresciuta a Graz. Si trasferisce a Feldkirch (Austria) più di 20 anni fa dove vive con la sua famiglia. Dopo un apprendistato come biochimico, è diventata interessata al tema del colore nel 1998 e ha completato diversi corsi di formazione per rendere la sua passione una professione. Ha sviluppato concetti di colore per persone e spazi per più di 15 anni. All’inizio, la sua attività artistica era la pittura intuitiva per comprendere il colore, nel senso più vero della parola, con pennelli, spatole e mani. Nella pittura intuitiva, il processo di pittura stessa – e non l’immagine finale – è in primo piano. È stata formata anche come istruttrice di arte e creatività. La pittura non rappresentativa e astratta è al centro del suo lavoro. La sfida per lo spettatore è quella di integrare la propria immaginazione nel mondo dell’immagine. Per poter trasporre la personalità degli osservatori nell’immagine, l’interpretazione è una parte fondamentale per l’artista. I colori sono la cosa essenziale per lei e il loro impatto sullo spettatore è di capitale importanza.

Lo scultore bergamasco Imerio Rovelli nelle sue opere più recenti incentra la sua personale ricerca artistica sullo studio e sulla conseguente realizzazione di soggetti architettonici dalle fattezze post-moderne, post-industriali con un qualche connubio/interazione con l’antico e il preistorico. Realizza costruzioni complesse, esili, che non hanno nulla a che fare con la visione tradizionale né pretendono di confrontarsi con le regole ferree della grande architettura, ma gettano le basi per un’estetica nuova, contraddittoria e controversa. Si possono intuire scenografie di paesaggi non più vissuti, abbandonati, trasformatisi in deserti spopolati. Il momento presente considerato nella sua caducità e illusorietà viene interpretato e proposto con materiali semplici, comunemente usati, prelevati dal quotidiano e trasformati in sede di realizzazione in illusori materiali da costruzione falsamente complessi; una pseudo-edilizia-futuribile di costruzioni fondate ed innalzate su territori piatti, costituiti da terreni polverosi, giardini invalicabili o superfici incolte ed abbandonate a se stesse. Palafitte, forni, abitazioni, rifugi, piazze, sono l’espressione del vissuto, del tempo indefinito. Il senso di trascuratezza e trasandatezza sono evidenti e si affiancano alla sensazione di leggerezza ed instabilità dell’intera struttura. Non viene mai trascurato il fattore della spettacolarizzazione scenografica, necessario per attribuire un nuovo valore estetico, che lo scultore ritiene sia essenziale in qualsiasi forma ed espressione artistica.

La mostra sarà visitabile dal 28 aprile al 10 maggio alla Galleria ARTtime di Vicolo Pulesi, 6 a Udine con il seguente orario: lunedì dalle 16.30 alle 19.00 e dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 16.30 alle 19.00. Ingresso libero.

Argomenti correlati:

Condividi questo articolo!