Ampio dibattito su Zoom per dar vita a “un’altra Trieste”

15 Dicembre 2020

TRIESTE. “Chi sono? Dove stanno andando?”. I soggetti promotori e coloro che a loro si sono avvicinati in questi due anni lo sanno bene. Da rete di cittadini che si sono trovati con idee simili e complementari dopo la manifestazione neofascista a Trieste di due anni fa prima, e dal brutto episodio che ha coinvolto il vicesindaco e i pochi averi di un senzatetto poi, è nato il progetto di agorà civica di Un’altra Città. Un’agorà che si è ritrovata ieri sera, per ora ancora in digitale sulla piattaforma Zoom e in diretta FB da unaltracittatrieste, a discutere di vari elementi e aspetti della città e dell’amministrazione della polis che abitano, nell’incontro che ha preso il nome di “più ambiente meno povertà”, coordinato dalla ricercatrice Loredana Casalis.

Se nella prima assemblea pubblica (pre Covid) è avvenuta la restituzione alla cittadinanza del lavoro multidisciplinare e collettivo su Porto Vecchio, in questo secondo incontro pubblico si è cercato di allargare il bacino di contributi e spunti su cui fondare il progetto di cambiamento per Un’altra città. Uno scambio di idee che ha coinvolto trasversalmente la popolazione, come emerso dall’eterogeneità dei partecipanti: si sono uniti e hanno dialogato tra loro studenti, sindacalisti, architetti e urbanisti, ma anche ricercatori, professori universitari e molti cittadine e cittadini… Un’eterogeneità di esperienze e individui come molteplici sono gli ambiti che regolano la vita economica, sociale, culturale.

Elementi che non possono prescindere l’uno dall’altro poichè “Trieste, come tutte le altre città, deve essere considerata un ecosistema”, dice Giovanni Carrosio, sociologo di UniTs. Un ecosistema in cui tutti gli elementi sono in correlazione l’uno con l’altro: in questa determinante correlazione tra uomo, ambiente e società si evidenzia quindi il bisogno di ridisegnare i servizi e gli spazi che li coinvolgono. Aspetto chiave, emerso nei numerosi interventi, dei quali non è possibile riferire – si sottolinea in un comunicato – in modo esaustivo, è la questione ambientale.

Come ha evidenziato Caterina Conti (Insegnante) nonostante la sempre più rilevante attenzione al cambiamento climatico, l’ambiente è stato sempre considerato un argomento di nicchia. Ora si sente l’urgenza di ritrovarlo nell’accezione di bene comune dal valore inestimabile, che va tutelato da tutti: dai rappresentanti della politica fino all’ultimo dei cittadini. Una questione che si lega, con effetto domino, a molte altre: alla mobilità, che deve essere sempre più sostenibile. Al consumo del suolo, che deve essere riconvertito non ampliato. Al contributo cruciale che può dare la ricerca (soprattutto in una città come Trieste) allo sviluppo di materiali biodegradabili fonti di inquinamento prossimo allo zero.

Si sottolinea quindi la possibilità, che non è una chimera, di un nuovo welfare socio-ambientale, come strumento sì di integrazione sociale, ma al contempo anche lavorativo. Una città che si prende cura dell’ambiente e delle persone, insieme. Soprattutto perché spesso e volentieri gli interventi effettuati dalla classe politica tendono a favorire una fascia della società e a dimenticarsi delle fasce più lontane, anche economicamente. La povertà non è solo quella economica, ma è anche, e questo periodo non ha fatto che accentuarla, la povertà educativa. C’è quindi la necessità di quella che è stata chiamata da Claudia Piredda (pedagogista ed educatrice), una comunità educante a sostegno e tutela delle nuove generazioni. Una comunità che coinvolga in modo sempre più massiccio tutti i bambini e i ragazzi, soprattutto quelli delle periferie e quelli provenienti da contesti di esclusione, abbandono e isolamento.

Come ha sottolineato l’intervento di Sara, studentessa liceale, che ha invocato ed espresso il desiderio e il bisogno degli studenti -cittadini di essere coinvolti nelle attività, nei progetti e nel pensiero politico. Anche per essere partecipanti attivi e propositivi nella costruzione del proprio futuro. I già citati contesti di esclusione, abbandono e isolamento coinvolgono anche i migranti: la città di Trieste sta portando avanti un atteggiamento nei confronti di questi ultimi negativo, di ostilità e di indifferenza che è lampante per tutti, anche per chi, come Gian Andrea Franchi (Linea d’Ombra) è recentemente approdato a Trieste da un’altra provincia. Un atteggiamento che si può vedere, allargando lo sguardo, anche nelle politiche europee e più in generale occidentali, e che, con termini abbastanza forti, si può definire anche politica di Morte. Lo stesso Franchi rimarca “occuparsi dei migranti non è solo questione di bontà d’animo, ma di politica e fondamenta della società in cui viviamo”.

La città di Trieste non è però solo un ecosistema, ma è anche assimilabile metaforicamente a un organismo, che come tale accoglie peculiarità organiche e disfunzionalità. Il metabolismo urbano che la contraddistingue, afferma Guido Pesante (professore del Liceo Petrarca di Trieste) la rende anoressica e bulimica allo stesso tempo. Disfunzionalità che, nell’opinione di Pesante, dovrebbero andare incontro a una cura terapeutica su due assi portanti: quelli già citati del verde e dei rifiuti.

Con l’agorà di “Più ambiente, meno povertà” si vuole dare slancio già da subito al dialogo attraverso l’invito a contribuire con i propri pensieri e progetti tramite la mail. Ma anche alla partecipazione attiva, da gennaio, con degli incontri tematici o centrati sulle specificità dei singoli rioni, che coinvolgeranno, Covid permettendo, tutti gli ambiti peculiari della città, fino alla periferia più estrema.

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