Teatro friulano: ricco, ignoto

8 Marzo 2013

UDINE. Un secolo e mezzo di teatro friulano finalmente raccolto in un libro. La pubblicazione (“Il teatro friulano” di Angela Felice e Paolo Patui, Forum editrice) è stata presentata al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, a un’affollata platea, segno evidente di un vivace interesse per un “pezzo” di cultura locale fin troppo dimenticata. L’incontro si è aperto con il saluto del dottor Tarcisio Mizzau, presidente della Fondazione del Teatro. Mizzau, dopo aver ricordato che il libro è nato dagli appunti delle “lezioni-spettacolo” che si sono tenute al Giovanni da Udine, ha rimarcato che – contrariamente a quanto spesso si pensa – il teatro friulano è ricchissimo. Il libro perciò testimonia 150 anni di attività con un repertorio di qualità, quasi sempre ispirato alla vita quotidiana, e apre un interessante e inedito filone di studio. Proprio per questo, la Fondazione ha in animo di realizzare un archivio sullo spettacolo regionale che sarà poi messo a disposizione del Teatro.

William Cisilino, direttore dell’Arlef, ha affermato tra l’altro che il Giovanni da Udine è e deve continuare a essere un riferimento per il Friuli e la sua cultura, facendosi promotore di questo lavoro che è iniziato con “Sipari Furlan”, lezioni-spettacolo tenute da Angela Felice e Paolo Patui. Nel ringraziare la Farie Teatral Furlane per la collaborazione, si è detto fiducioso che sarà finalmente assegnato alla produzione teatrale in lingua friulana il posto che gli spetta. Molti non sanno – ha concluso – che il Friuli dispone di un patrimonio teatrale così variegato e importante. E’ un patrimonio nascosto che va riportato alla luce.

La conversazione-dibattito è stata aperta da Paolo Medeossi, caporedattore del Messaggero Veneto. Il successo dell’iniziativa portata avanti dagli autori del libro è stata in qualche modo facilitata – ha osservato – da quanto è stato fatto negli anni recenti, anni ricchi di iniziative per quanto riguarda il teatro, come l’importante e per certi versi solitario lavoro svolto da Rodolfo Castiglione o la nascita del Css (Centro servizi e spettacoli) e del Teatro Contatto.

Paolo Patui ha ricordato quando nel 2010 fu chiamato, assieme ad Angela Felice, dal Teatro Giovanni da Udine per mettere in scena un repertorio di lavori friulani ed è spesso accaduto di imbattersi in opere ormai totalmente dimenticate. Il teatro in “marilenghe” è spesso visto come un teatro d’evasione. Ma oltre agli spettacoli leggeri, c’è un ricco patrimonio rimasto nell’ombra che va rivalutato. Il primo testo che segna l’inizio del teatro friulano – ha ricordato – è quello proposto nel 1851 da Pacifico Valussi (“Sang non jè aghe”). E’ da questo momento che nascono dei testi pensati per il teatro. La drammaturgia nasce – prima dell’Unità d’Italia – con lo scopo di trasmettere in friulano al popolo i valori borghesi, contando sul fatto che con il teatro si può raggiungere un pubblico più vasto. In questi lavori gli uomini sono i protagonisti, mentre le donne hanno un ruolo molto defilato.

Angela Felice ha quindi illustrato l’intreccio narrativo di “Sang no jè aghe”, la storia di un trovatello adottato da contadini e alla fine riconosciuto dal vero padre, il conte. Sono stati poi ricordati alcuni autori importanti come Francesco Leitenburg, autore di un teatro leggero dove si mescolano italiano, veneto e friulano; Edgardo Lazzarini, drammaturgo, autore di un corpus di opere in lingua friulana; Carlo Favetti, voce friulana nella Gorizia asburgica. Paolo Medeossi ha citato Ippolito Nievo e Teobaldo Ciconi che con “Le pecorelle smarrite” riscuote grande successo. Lascia il Friuli e lavora a Milano e Torino. Scrive “Statua di carne” (a cui sembra che Pirandello si sia ispirato per scrivere “Come tu mi vuoi”). Con l’inizio del ‘900 cambia lo scenario. Il periodo non è fecondo per il teatro. La guerra serve come fenomeno di rimozione. Nel periodo fascista non si potevano affrontare tematiche scottanti, così si puntava sull’evasione come con “Amor in canoniche” del 1921 (400ma replica nel 1961 al Teatro Puccini).

Se il teatro dell’800 è laico, quello del ‘900 è “parrocchiale” in cui il mediatore è il prete: è il “pedaggio” che bisogna pagare per l’ospitalità, in quanto le sale messe a disposizione erano quelle parrocchiali. Nel ventennio fascista il teatro aveva soprattutto una funzione di aggregazione. Caduta la dittatura, cominciano ad apparire dei testi malinconici: “presagi d’ombre”. Uno degli autori più importanti è Giuseppe Marioni che nel 1932 scrive “Il liron di sior Bortul”. Non va poi dimenticato Siro Angeli, sceneggiatore di Maria Zef. Nel dopoguerra inizia un teatro “problematico”: si esce dalle case per parlare di politica, potere ed emigrazione. A questo proposito si ricordano Giuseppe Marchetti, che animò il gruppo Chei de risultive, Davide Maria Turoldo e Luigi Candoni con “Fuochi sulle colline”. A Roma il regista di quest’opera sarà Andrea Camilleri. Sempre di Candoni “Strissant vie pe gnot”, rappresentata nel 1974 con la regia di Rodolfo Castiglione. Il teatro del dopoguerra testimonia anche la fine della rappresentazione del mondo contadino, che lascia il posto a quella del mondo industriale.

Il libro sul teatro friulano si conclude con “I turcs in Friul” di Pier Paolo Pasolini. L’opera uscì postuma nel 1976 a cura di Luigi Ciceri. Si fecero 5 repliche. Venne rappresentata nuovamente nel 1996 con la regia di De Capitani.

La conversazione fra Paolo Medeossi e gli autori – interessante e piacevole – è stata accompagnata dalla presenza sul palcoscenico di alcuni attori friulani, che hanno recitato brani delle commedie citate.

Nella foto, la Filodrammatica sandanielese in La figlia unica, di Teobaldo Ciconi.

 

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