“I processi mediatici possono condizionare la giustizia”

28 Febbraio 2015

UDINE. “In Italia dovrebbe vigere, al pari di altri Paesi, un vincolo per i magistrati giudicanti rispetto ai precedenti per cui una sentenza passata in giudicato dovrebbe realmente fare giurisprudenza ed essere, appunto, vincolante pena assistere allo sconcertante quadro di sentenze su casi identici o analoghi del tutto differenti a totale discapito della certezza del diritto”: è quanto ha dichiarato il giudice romano Francesco Caringella alla libreria Feltrinelli di Udine nel corso della presentazione del suo romanzo “Non sono un assassino”, un testo mozzafiato scritto, come ha detto lo stesso Caringella, “da un giudice che si è immedesimato nell’imputato”.

10835046_785801221505489_276818517693794852_oNon contrario alla responsabilità civile dei magistrati, Caringella si è, però, detto “amareggiato per la percezione che si vuol far passare per cui tutti i mali della giustizia sono gli errori giudiziari e la malagiustizia. Non è così se si pensa solo alla legislazione che, specie in campo amministrativo, è di una complicazione estrema”.

Caringella, che aveva steso il mandato di cattura di Bettino Craxi all’età di 29 anni a Milano, ha ammesso che “potere giudiziario e legislatore dovevano trovare un sistema legale per permettere a Craxi di difendersi in Italia, ma soprattutto di vivere più a lungo di quanto, presumibilmente, non è vissuto all’estero”, e ha anche bocciato i processi mediatici: “E’indubbio che possono condizionare per cui, fermo restante il diritto di cronaca, non dovrebbe essere tollerato di celebrare sui media un vero e proprio dibattimento, ma per spezzare questa lancia occorre interrompere il dialogo tra pm e giornalisti nel rispetto del segreto istruttorio”.

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