A Pordenone “Questo è il mio nome” con attori rifugiati

10 Dicembre 2018

PORDENONE. Opere teatrali ispirate al sacro e alla spiritualità nelle chiese del Friuli occidentale della Diocesi di Concordia-Pordenone: con 8 spettacoli gratuiti durante il periodo natalizio al via l’edizione 2018-2019 de “I Teatri dell’anima”, festival nato per riflettere sul mondo che è stato, che sta cambiando e che sarà, analizzando etica, storia e religione. Dopo i primi spettacoli proposti a Provesano e Valvasone, si prosegue con la prima tappa a Pordenone il 12 dicembre alle 20.45 nella Chiesa del Cristo (piazzetta Peschiera in centro storico) con Questo è il mio nome, uno spettacolo portato in scena dai richiedenti asilo e rifugiati del progetto Sprar di Reggio Emilia provenienti da Mali, Gambia, Costa d’Avorio e Nigeria (compagnia Teatro dell’Orsa). Anche grazie al teatro, ciascuno di loro ha studiato, si è integrato nella lingua, nel lavoro e nelle amicizie qui in Italia, proseguendo a operare a teatro in una veste di lavoro professionale.

Si proseguirà poi il 16 dicembre con un omaggio musicale alla figura del beato e missionario in Oriente Odorico da Pordenone, che fu missionario in Cina pochi anni dopo la visita di Marco Polo, nonché nella millenaria Abbazia di Santa Maria in Sylvis a Sesto al Reghena. I Teatri dell’Anima si concluderà poi il 4 gennaio con uno spettacolo dedicato al Caravaggio al Museo Diocesano Arte Sacra di Concordia-Pordenone, partner dell’iniziativa, le cui sale per la prima volta in assoluto si apriranno al teatro.

Il tutto in maniera gratuita, grazie all’organizzazione di EtaBeta Teatro in collaborazione con I Teatri Del Sacro, Scuola Sperimentale dell’Attore, Museo Diocesano d’Arte Sacra, Associazione Teatrale Friulana, Uilt Fvg e con il sostegno di Regione, Fondazione Friuli e Comune di Pordenone nonché la collaborazione delle varie Parrocchie e Comuni toccati dal festival.

QUESTO È IL MIO NOME
«Viviamo un tempo buio, di sguardi torvi, di sospetti che accendono paura, di chiusure, di perdita di umanità. Non ci salveranno i fili spinati, per tessere futuro occorre un filo nuovo, limpido, che intreccia ascolto e memoria, che porta al riconoscimento dell’altro come risorsa e non come fardello. Il teatro è una zattera di senso, porta frammenti di noi dal passato e dall’altrove, prova ad allenarci alla vita, nella complessità, nella fragilità di cui tutti siamo impastati. Il teatro fa lo sgambetto ai pregiudizi, alla propaganda, alle parole urlate e con un soffio ci mette davanti alla verità nuda. Ogni vita è una vita e ogni vita vale». Monica Morini, ideatrice e regista, introduce così Questo è il mio nome.

«Questo gruppo è nato nel 2015 – racconta Bernardino Bonzani, che insieme a Monica Morini ha firmato ideazione e regia -. I nostri attori, insieme a molti altri che frequentavano il laboratorio, erano arrivati da poco e si trovavano nella condizione di “richiedenti asilo”. Allora la memoria degli sbarchi, del grande viaggio dai paesi in guerra attraverso il deserto, l’inferno della Libia e poi le carrette del mare erano ferite aperte». «“Voi siete felici?” è la prima domanda rivolta al pubblico – spiega Annamaria Gozzi, collaboratrice alla drammaturgia di Questo è il mio nome -. E dalla parola felicità parte la trama dei racconti. I cinque attori sul palco non danno voce solo alle loro storie, sono portatori narranti di migliaia di altri giovani rifugiati, anche di chi non ha mai toccato il suolo d’Europa. Momenti felici, memorie e canti d’infanzia, amori, paure, sogni di futuro, tutto questo da agganciare a una nuova lingua. Da Mali, Gambia, Costa d’Avorio e Nigeria sul palco si srotolano le orme di Odissei in viaggio».

Questo è il mio nome è da circa tre anni in tour in tutta Italia. Ha ricevuto, tra l’altro, il Premio del Pubblico al Festival di Resistenza, Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria a Gattatico (RE), è stato selezionato al Festival I Teatri del Sacro 2017 e ha ottenuto l’attenzione di numerosi media nazionali: «Uno spettacolo è vivo se continua a evolversi, ad arricchirsi. Per Questo è il mio nome a ogni rappresentazione modifichiamo battute, proviamo a costruire nuove scene» aggiunge Bernardino Bonzani.

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