Festa per i 20 anni di Casa Ricchieri, oltre i pregiudizi

22 Settembre 2019

PORDENONE. Perché le streghe sono cattive? Al numero 2 di Via Ricchieri se lo chiedono da vent’anni, da quando una palazzina di tre piani, sfitta da anni e rimessa a nuovo dalla Cooperativa Itaca, apre le sue nuove porte ad Angela, Rita, Ilde, Vittoria e Rosa. Le ultime di una moltitudine di “malati”, spesso dimenticati e senza nessuna speranza di “guarigione”. Quelle donne sono le ultime in Friuli Venezia Giulia a varcare la soglia del manicomio. Nel Pordenonese quella chiusura significa l’apertura della Comunità di Via Ricchieri. Fabiana e Anna e Lucia c’erano, e Manuela arriva poco dopo. Tra le preoccupazioni della prima coordinatrice di Casa Ricchieri c’è il volere e il dovere di dare speranza a persone appena uscite dall’istituzione totale, riportarle sul territorio, dischiudere quella dimensione a loro negata, la dimensione sociale.

I primi anni di Via Ricchieri sono improntati a dare risposte ai bisogni fondamentali e a dare maggior rilievo a una relazione assistenziale. Poi viene l’incendio che nel 2003 devasta la casa. Ma il gruppo riconosce una sua identità, anziché disperdersi decide di rimanere unito in un peregrinaggio di quasi un anno attraverso Anduins, Azzano Decimo e Pordenone, aspettando la riqualificazione della palazzina.

A fine maggio del 2004 Casa Ricchieri riapre con una nuova veste. Fino ad allora era divisa in due: al primo piano una comunità maschile, al secondo una femminile, ciascuna con la propria sala da pranzo; dopo l’incendio nasce uno spazio comune, dove tutti possono consumare i pasti assieme. Nuovi spazi che portano a un nuovo modo di abitare la Comunità. Arrivano nuovi residenti, cambiano le coordinatrici. L’approccio relazionale, in quel sottile gioco tra speranza e guarigione, si trasforma sbilanciandosi sempre più verso l’ascolto e la riabilitazione: si pensano progetti, si condividono percorsi, si delinea sempre più chiaramente cosa possa voler dire autonomia. E si inventa una tradizione, le “Feste di Ricchieri”, dove non si spinge semplicemente la Comunità a uscire sul territorio, ma si invita il territorio – e le persone che lo abitano – a entrare in Comunità.

Cambiano i residenti, i bisogni, le risposte. Cambiano i pensieri, le visioni, le soluzioni. Con “Kirikù e la strega Karabà”, la fiaba che Via Ricchieri – in collaborazione con Teatro A La Coque e Francesca Iommi – ha portato in scena nella sede della Comunità per festeggiare i 20 anni di fondazione, “abbiamo voluto raccontare come il pregiudizio sia là fuori, nella società, ma anche dentro di noi, come un amuleto di cui sentiamo il bisogno. Il pregiudizio è come una scatola cinese, scoperchiato uno, se ne trova un altro. Ogni volta che troviamo una risposta, sorgono nuove domande. Quando abbiamo paura, interroghiamoci sulla natura di quella paura. Prima di sancire mali inguaribili, chiediamoci cosa intendiamo per guarigione. Prima di dire che qualcuno o qualcosa non serve a nulla, domandiamoci cosa potrebbe essere. Prima di cercare colpe, cerchiamo i motivi. Prima di tapparci le orecchie, ascoltiamo. Pericolosità, inguaribilità, improduttività, irresponsabilità, incomprensibilità, sono i cinque pregiudizi dello stigma in salute mentale. Se non altro in Via Ricchieri, in vent’anni, ci siamo fatti un sacco di domande”.

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