Quando le donne erano nel mirino dell’Inquisizione

15 Febbraio 2019

SAN DANIELE. E’ iniziato a San Daniele il ciclo di conferenze che porterà alla scoperta di Marta Fiascaris: mistica ribelle, che nel ‘600 agitò la vita religiosa del Friuli. In una Biblioteca Guarneriana gremita (molti hanno assistito all’evento in piedi!) Angelo Floramo e Alberto Vidon, hanno avuto il compito di rompere il ghiaccio con i loro interventi incentrati sull’Inquisizione nel Friuli del ‘600 e sulla condizione femminile ai tempi di Marta. Le informazioni che i due studiosi hanno fornito sono state davvero tante, e molte di esse particolarmente suggestive: una vera manna per gli scrittori e i drammaturghi presenti in sala. Ecco una sintesi delle tre suggestioni che hanno colpito maggiormente.

Confessione come repressione
Nel XVI secolo la chiesa cristiana era minacciata dalla “peste” della riforma luterana e il Friuli rappresentava una delle zone a partire dalle quali il contagio poteva filtrare. Per arginare questa epidemia, durante il Concilio di Trento si idearono delle strategie per avere un controllo più capillare sul territorio. Uno degli strumenti più efficaci era sicuramente il sacramento della confessione. Ogni credente (ovvero: ogni cittadino/a, dato che non esisteva libertà di culto) doveva confessarsi almeno una volta all’anno. Il parroco però non poteva dare l’assoluzione a tutti i peccati, in quanto alcuni di essi, per gravità o argomento, erano di competenza della Santa Inquisizione. Il risultato fu che gran parte dei procedimenti messi in piedi dalla Santa Inquisizione si basavano su autodenunce (definite: “comparizioni spontanee”). Suggestione drammaturgica: la confessione diviene uno strumento altamente conflittivo. Un personaggio può trovarsi davanti al dilemma: liberare la propria coscienza, ma cadere nel ricatto oppure mentire al proprio confessore e vivere nella dannazione?

Silenzi da interpretare
È difficile delineare con precisione i tratti della storia delle donne nei secoli passati (non solo del nostro territorio). Questa difficoltà deriva dal fatto che, tranne in casi eccezionali, le fonti che ci permetto di ricostruire gli eventi storici (documenti scritti, opere pittoriche, …) sono state prodotte da uomini e quindi propongono una prospettiva maschile sulla donna e sulla storia. Per questo la componente femminile è ridotta a una moltitudine muta, che solo in alcuni frangenti riesce a trovare lo spazio per portare alla luce la propria condizione ed esprimersi. Per paradosso, proprio uno degli strumenti di maggiore repressione è riuscito a conservare il punto di vista di alcune di quelle donne. Dai verbali degli interrogatori e delle deposizioni presso il tribunale della Santa Inquisizione infatti emergono le voci, i gesti, le opinioni di questa moltitudine silenziosa. Suggestione drammaturgica: i verbali dell’Inquisizione sono delle vere e proprie scene teatrali, dove compaiono non solo le battute dei personaggi (accusato e giudice), ma anche le azioni compiute dai personaggi coinvolti. Sarebbe interessante realizzare una trasposizione fedele di alcune parti di tali documenti.

Donne nella foresta
Le donne, per il loro ruolo all’interno della società e per le mansioni che svolgevano nell’economia dei paesi, erano dei soggetti “privilegiati” per l’occhio dell’Inquisizione. La donna si occupava infatti di una serie di lavori che risultavano ambigui per l’etica normalizzata dal Concilio. La cura delle malattie, la gestione dell’economia domestica, il sostentamento della famiglia in assenza degli uomini, che spesso svolgevano lavori stagionali che li portavano lontano da casa, poneva la donna nell’urgenza di sfruttare le risorse della natura più selvaggia. In questo, il bosco e la foresta fornivano le erbe, le bacche, il miele… strumenti necessari per la cura e per la sopravvivenza. Però questi luoghi parlavano anche di tutto ciò che si trovava al di fuori dalle mura del villaggio e rappresentavano l’incontro con l’ignoto, il magico, il mondo selvaggio. Inoltre le donne, per natura, erano detentrici del ciclo della vita e della morte; alcune di loro erano levatrici, ma anche “mammane”, ovvero incaricate di indurre gli aborti e gli infanticidi dei figli non voluti. Di fronte alle norme della Chiesa, che si faceva interprete della legge divina, la donna appariva come l’intermediaria di un mondo oscuro e insondabile. Suggestione drammaturgica: la connotazione ambigua del carattere femminile lo rende particolarmente interessante all’interno del testo teatrale. Il personaggio femminile può diventare infatti il punto di contatto tra il piano narrativo reale (il paese, la città) e quello magico/spirituale (la selva).

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