Una principessa che si mangia le unghie

7 Maggio 2014

Mail AttachmentTRIESTE – Si rifà al Calvino delle “Città invisibili” e racconta Trieste come metafora, come idea di città vista con tre paia d’occhi differenti, quelli di uno scrittore triestino, Mauro Covacich, di un’inglese viaggiatrice, Jan Morris e di una donna manager e artista dai mille talenti, Anita Pittoni.

Il saggio-romanzo dell’esordiente Romina Mazzara, “Trieste, una principessa che si mangia le unghie” (Edizioni La Zisa, 2013), sbarca finalmente nella sua città: sarà presentato dall’autrice, trentaduenne milanese affascinata da Trieste, venerdì 9 maggio alle 18.30 al Caffè San Marco, in un incontro introdotto dal giornalista e scrittore Pietro Spirito e in collaborazione con il Circolo dei Lettori di Trieste.

La presentazione sarà preceduta, alle 18, da un dialogo con l’autrice a cura del Circolo dei lettori.

Il titolo del volume strizza l’occhio a Covacich, che in “Trieste sottosopra” parla di una città ingabbiata in uno stereotipo, di una “Sissi col piercing” che ha “ancora le dita affusolate, ma si mangia le unghie.”

Anche l’esplorazione dell’autrice di Trieste, prima conosciuta sui libri, poi visitata con spirito di viaggiatore che nel “nessun luogo” trova la sua casa, inizia con il volumetto di Covacich nello zaino.

La Trieste vista da Romina Mazzara, che di questa città è innamorata di un amore che la ragione fatica a comprendere, che “pungola il cuore”, è un archetipo, un luogo denso di significati perso nel nulla di un treno che si svuota a mano a mano che s’avvicina.

“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”, dice non a caso Calvino. Ma mentre il resto d’Italia di questa città sa solo che ci soffia la bora, per l’autrice Trieste è da esplorare in tutte le sue sfaccettature, che spesso sfuggono anche ai suoi abitanti, troppo immersi nella sua quotidianità per scorgerne i dettagli.

Così, con gli occhi dei suoi tre protagonisti, tanto diversi gli uni dagli altri, sommati ai suoi, Romina Mazzara racconta la città giuliana ripercorrendone la storia e i luoghi-simbolo. Dalle foibe di Basovizza, in compagnia delle parole di Covacich, alla Risiera, che esplora con gli scritti di Jan Morris, per spiegare che quando di Trieste “si è tentato di arginare e frenare la sua tendenza alla multietnicità più disinvolta, che paradossalmente è l’unico retaggio e l’ultimo dono lasciato ai suoi sudditi dal fantasma di un ordinato Impero, il risultato è stato il dramma”.

Ma non manca la leggerezza nel libro di Romina Mazzara, che è di forma e non di sostanza: il suo libro è di agile lettura, scorre come un romanzo, infarcito com’è di racconti su Trieste e di pezzi di storia cittadina. Che si mischiano a frammenti di vita e di pensiero dei suoi tre personaggi, Covacich, Morris e Pittoni, per narrare una città “luogo dell’anima, città invisibile, luminosa evocazione di tutti i luoghi di questo nostro strambo mondo.”

Sabato 10 maggio alle 20 il volume sarà presentato anche al TeaTime di Via del Monte. In occasione di questa doppia presentazione Mazzara parlerà anche del suo nuovo romanzo, in parte ambientato a Trieste.

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