La foiba di Mario e Giusto

20 aprile 2015

Il silenzio dei profughi può durare una vita. È accaduto a Mariagioia Chersi, nata a Parenzo nel 1942. Un po’ per paura, un po’ per vergogna, non ha mai parlato di suo padre e dello zio, uccisi e gettati nella foiba di Vines, vicino ad Albona in Istria. «Mio papà era Giusto Chersi, nato a Parenzo nel 1902 – racconta la signora Mariagioia, esule a Udine –; la nostra era una famiglia di panettieri. Poco dopo l’8 settembre 1943 fu prelevato dai partigiani titini, assieme a suo fratello Mario, e non li abbiamo più visti».

Trieste 1949 - Mariagioia Chersi col cappottino nuovo, assieme alla mamma Giulia Gripari Chersi e allo zio Giuseppe Gripari

Trieste 1949 – Mariagioia Chersi col cappottino nuovo, assieme alla mamma Giulia Gripari Chersi e allo zio Giuseppe Gripari

Secondo alcuni storici, i partigiani attuarono così delle vendette per pulizia etnica e per le violenze subite sotto il fascismo. Giusto e Mario furono imprigionati dai partigiani in divisa? «A parte che in famiglia si parlava poco di quei fatti dolorosi – continua la testimonianza –, ma non si è mai detto che fossero in divisa, con la stella rossa sulla bustina, anzi erano due di Parenzo, parlavano italiano, uno di loro era il Bernich».

Il 16 ottobre 1943, dopo l’occupazione nazista, Arnaldo Harzarich, maresciallo dei pompieri di Pola, assieme alle autorità riesumò alcune salme dalla foiba dei colombi, nei pressi di Vines. Il secondo cadavere portato alla luce fu riconosciuto dal direttore delle miniere carbonifere dell’Arsa per Mario Chersi, fu Andrea, come sta scritto nel verbale per i servizi segreti angloamericani del luglio 1945, corredato da varie fotografie del fotografo Sivilotti, di Pola.

I corpi degli infoibati sono stati riconosciuti dai suoi parenti? «Sì, oltre a mia mamma Giulia – aggiunge la signora Chersi – sono stati riconosciuti da suo fratello Giuseppe Gripari, che pur essendo di sentimenti comunisti, protestò per quello che avevano fatto i titini e così fu imprigionato. Poi fu liberato e, verso il 1947-1948, scappò travestito da donna su una piccola barca, remando di continuo da Parenzo fino a Trieste».

Signora Mariagioia Chersi, lei quando è venuta via dall’Istria? «Abbiamo ricevuto il visto di uscita nel febbraio 1949 – risponde Mariagioia – e siamo stati accolti a Trieste da parenti e, siccome non c’erano case a Trieste, visto il grande afflusso di profughi, siamo venuti qui a Udine, in via Castellana. A Parenzo siamo saliti su un peschereccio e abbiamo viaggiato all’aperto. Eravamo in tanti. Mi ricordo che la gente al molo, prima di salire sulla nave piangeva e, inginocchiatasi, baciava la propria terra. Mi ricordo anche che le guardie confinarie jugoslave controllavano e perquisivano ogni esule in partenza. I maschi da una parte e le femmine dall’altra. Spogliati e privati di soldi, monili d’oro e, perfino, del mio cappotto, dato che se l’è tenuto una donna in divisa, forse per una sua figlia, chissà?».

Rubare il cappotto a una bambina non è stato un grande onore per la guardia jugoslava, allora lei signora aveva freddo? «Sì, però la mamma e lo zio Bepi me gà comperà la bereta, el capoto e una pupa (bambola), gavemo anche la foto de quel momento. Lo zio Francesco jera al Campo Profughi de via Pradamano, dopo se andà a Milano, ecco perché gò parenti anche lì. Altri parenti nostri jera al Campo del Silos a Trieste, dove i lavatoi jera senza vetri alle finestre».

È mai ritornata a Parenzo signora Chersi? Da quando ha iniziato a parlare di questi fatti che sono un pezzo della storia d’Italia? «Con mio marito, che è di Pola, siamo ritornati a Parenzo dal 1962. Abbiamo dei cari conoscenti lì vicino al porto, sono i Petretti. Si andava in cimitero per vedere delle nostre tombe, oppure per rivedere la nostra terra, ma non ho mai trovato un posto dove stare a mio agio. Ho cominciato a parlare del papà infoibato dopo il 2010, quando a Roma al Quirinale ho ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano una medaglia e un attestato in ricordo delle vittime delle foibe. Sono riuscita a portare pure mio nipote Filippo, che era alle scuole medie, così Napolitano e sua moglie gli hanno parlato e tutti in famiglia ricordiamo quel momento istituzionale come una bella esperienza e Filippo ne ha parlato con orgoglio anche a scuola».

Conosce altri istriani esuli qui a Udine? «Sì, siamo in tanti, per esempio mio fratello abita al Villaggio Giuliano di via Casarsa, lui è Mauro Crisma; mia mamma si è risposata, ecco perché lui ha un altro cognome; dopo le darò i nomi di altri istriani, perché adesso noi vogliamo parlare».

Elio Varutti

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