Kazakistan oggi e Italia del boom con gli stessi sogni

12 Ottobre 2015

Andrea Segre torna in regione ad incontrare l’ormai fedele pubblico,​ ​in un tour che toccherà il Kinemax (Gorizia) lunedì 12 ottobre alle​ ​ore 21.00, il cinema Ariston (Trieste) martedì 13 ottobre alle 20.30 e​ ​Cinemazero (Pordenone) mercoledì 14 ottobre alle 20.45, in occasione​ ​del tour nazionale del suo ultimo film: “I sogni del lago salato”, un​ ​viaggio nel tempo tra Kazakistan e Italia.

I sogni del lago salato 1Al centro del documentario questa volta il Kazakistan e l’euforia​ ​dello sviluppo che sta vivendo il Paese e che l’Italia non ricorda più. Eppure la sua crescita è legata a doppio filo con l’economia italiana. La crescita dell’economia kazaka, pari al 6% annuo (un tasso che l’Italia ha avuto solo negli anni ‘60), è basata in gran parte​ ​sull’estrazione di petrolio e gas. L’ENI ha un ruolo chiave nella​ ​gestione dei giacimenti kazaki e molti sono gli italiani che lavorano​ ​in Kazakistan, in particolare nelle regioni intorno al Mar Caspio. Le immagini delle grandi steppe euroasiatiche, degli spazi infiniti e​ ordinati delle terre post-sovietiche, si intrecciano nel film e nella mente dell’autore con le immagini dell’Italia anni ‘60, trovate sia negli archivi ENI che in quelli personali girati dalla madre e dal padre di Andrea Segre, che negli anni ’60, ventenni, hanno vissuto​ ​l’euforia della stessa crescita.

Viaggiando tra Aktau e Astana, tra le steppe petrolifere a ridosso del​ Mar Caspio e l’iper-modernità della neo capitale, il film si ferma ad​ ​ascoltare le vite e i sogni di vecchi contadini o pastori e di giovani​ ​donne le cui vite sono rivoluzionate dall’impatto delle multinazionali​ ​del petrolio nell’economia kazaka. I loro racconti dialogano a​ ​distanza con quella di uomini e donne italiane che cinquant’anni fa​ ​vissero simili emozioni e speranze.

Andrea Segre 1«In questo film, più che in molti altri, ho semplicemente seguito il​ ​desiderio e l’istinto – racconta Segre -. I sogni del lago salato sono​ sogni che ho cercato nelle steppe asiatiche e che ho poi ritrovato​ ​nella cantina di mio zio Alberto, custoditi nelle pellicole 8 mm di 50​ ​anni fa. Sono sogni che l’umanità ciclicamente prova a fare, senza​ ​avere il coraggio di fermarsi, di chiedersi cosa rimane indietro. Negli ultimi anni questi sogni sono accelerati a tal punto che per la​ ​mia generazione è diventato invece necessario iniziare a chiederselo. Stiamo contando le ferite e abbiamo voglia di fermarci. Abbiamo voglia​ ​di non accettare che gli orizzonti siano solo quelli della necessità​ ​di crescere. A me lo ha insegnato Sozial, un pastore in riva al Mar​ ​Caspio, sotto la prima tempesta di neve dell’inverno scorso. In​ ​Kazakistan. Non così lontano da qui».

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