Erto, tradizione e modernità in un film a Cinemazero

11 Novembre 2014

PORDENONE. Mercoledì 12 novembre alle 21 a Cinemazero la regista Penelope Bortoluzzi presenterà “La Passione di Erto”, il film in cui la tragica eccezionalità della tragedia della diga a Vajont e la ciclica ripetizione senza tempo della messa in scena della Passione di Cristo a Erto si fondono in un nuovo racconto. Il film – nella selezione ufficiale del festival di Locarno – si costruisce intorno a due eventi eccezionali, che fissano il corso del tempo pur essendo agli antipodi: da una parte, un rito annuale, che scandisce dal 1631 la vita di una comunità chiusa; dall’altra, una catastrofe senza precedenti, che accelera i processi di cambiamento di un’epoca e ne cristallizza le contraddizioni.

erto la passione di erto_02Il rito di primavera si vuole immutabile, costruisce un’identità specifica e ne assicura la perennità nel tempo, mentre la catastrofe cambia tutto ciò che la precede e cancella le singolarità nello spazio indistinto della devastazione. La notte del 9 ottobre 1963 il paese non fu distrutto, però fu danneggiato al punto che si propose di evacuarlo e ricostruirlo in pianura. Ma una parte degli abitanti si oppose e, sfidando le autorità, decise di rimanere tenacemente aggrappata al proprio modo di vita. Rimettere in scena la Passione fu uno degli obiettivi principali della gente che non voleva abbandonare il paese.

L’eccezionalità di ciò che è avvenuto a Erto permette di raccontare, in termini quasi favolistici e leggendari, una storia universale: la scomparsa, a partire dagli anni ’60, delle ultime comunità rimaste fino ad allora ai margini della Storia, il tramonto di un’intera civiltà e il passaggio traumatico alla modernità dei suoi sopravvissuti. Come una lente d’ingrandimento, la catastrofe amplifica un processo storico che, avvenuto altrove nell’arco di cinquant’anni, si abbatte sulla valle del Vajont dall’oggi al domani, mentre la Passione messa in scena dai paesani è una vera e propria figurazione teatrale di quel mondo atavico che concepiva la propria esistenza solo negli spazi, nella pelle e nei ruoli delle generazioni che precedevano la propria. A Erto si riprendeva, letteralmente, il ruolo del proprio predecessore, nella vita come nella Rappresentazione.

Ogni anno, da tempo immemorabile, la sera del venerdì santo un Cristo ertano viene tradito, condannato e crocifisso, mentre la Storia va avanti con le sue costruzioni e distruzioni, le sue vittime e i suoi sopravvissuti, i suoi calvari reali e immaginari. È sul presente che si concentra lo sguardo della regista, mostrando come la Passione e il Venerdì Santo rievocati dalla gente di Erto possano diventare la rappresentazione stessa della comunità, tra devozione e tradizione popolare.

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